Alcune volte mi sfuggono i meccanismi cinematografici, per cui la maggior parte dei critici valutano con apprezzamento certe pellicole che io trovo di una noia mortale e insalvabili. Basta che il regista sia quello di Notting Hill, che i protagonisti non siano bellocci e giovani ma due insegnanti in pensione, e che i due attori abbiano una provenienza teatrale (senza contare lo sfondo di Parigi poi) che tutti a gridare alla commedia di spessore. Questa commedia ha tutto tranne che dell’aggettivo brillante: è rigida e claustrofobica. Lei è tremenda: eppure dovrebbe ringraziare il cielo per avere un marito in discreta salute che le trova ancora fisicamente attraente e con cui riesce a condividere momenti divertenti, invece è più fredda di un iceberg. I due attori sono senz’altro credibili nel descrivere le nevrosi di una coppia che resiste da trenta anni alle intemperie del tempo, ma non particolarmente simpatici, a tratti odiosi oserei. E dire che non mi sconvolge l’idea di scappare da un ristorante troppo caro senza pagare il conto o voler rivivere un bel momento celebrando i 30 anni di matrimonio, è solo che sono terribilmente patetici nella loro eterna lotta per la conquista della serenità. Una buona terapia di coppia fa miracoli ed è quasi meglio di tanti escamotage messi lì in maniera goffa e improbabile. Una nota di merito a Jeff Glodblum, deliziosamente insopportabile nella parte del rampollo del vecchio maestro che ha avuto successo. Meglio evitare Rue de Rivoli la prossima volta che passate per Parigi, o potreste incontrarlo e vi sentirete dei falliti. Insomma forse sono io ad essere lontana da certi nevrosi, ma non mi ha convinto, soprattutto in seconda serata. Una buona terapia contro l’insonnia.
Visualizzazione post con etichetta recensione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta recensione. Mostra tutti i post
martedì 1 luglio 2014
LE WEEK-END
Alcune volte mi sfuggono i meccanismi cinematografici, per cui la maggior parte dei critici valutano con apprezzamento certe pellicole che io trovo di una noia mortale e insalvabili. Basta che il regista sia quello di Notting Hill, che i protagonisti non siano bellocci e giovani ma due insegnanti in pensione, e che i due attori abbiano una provenienza teatrale (senza contare lo sfondo di Parigi poi) che tutti a gridare alla commedia di spessore. Questa commedia ha tutto tranne che dell’aggettivo brillante: è rigida e claustrofobica. Lei è tremenda: eppure dovrebbe ringraziare il cielo per avere un marito in discreta salute che le trova ancora fisicamente attraente e con cui riesce a condividere momenti divertenti, invece è più fredda di un iceberg. I due attori sono senz’altro credibili nel descrivere le nevrosi di una coppia che resiste da trenta anni alle intemperie del tempo, ma non particolarmente simpatici, a tratti odiosi oserei. E dire che non mi sconvolge l’idea di scappare da un ristorante troppo caro senza pagare il conto o voler rivivere un bel momento celebrando i 30 anni di matrimonio, è solo che sono terribilmente patetici nella loro eterna lotta per la conquista della serenità. Una buona terapia di coppia fa miracoli ed è quasi meglio di tanti escamotage messi lì in maniera goffa e improbabile. Una nota di merito a Jeff Glodblum, deliziosamente insopportabile nella parte del rampollo del vecchio maestro che ha avuto successo. Meglio evitare Rue de Rivoli la prossima volta che passate per Parigi, o potreste incontrarlo e vi sentirete dei falliti. Insomma forse sono io ad essere lontana da certi nevrosi, ma non mi ha convinto, soprattutto in seconda serata. Una buona terapia contro l’insonnia. LA VOCE UMANA
Una leggenda. Due Oscar, un Golden Globe, un Leone d’oro, la Coppa Volpi, una Palma d’oro a Cannes, un BAFTA, sei David di Donatello e due Nastri d’argento. Tanto ha vinto nella sua lunga carriera d’attrice Sophia Loren, tornata in questi giorni sul set, a 79 anni, grazie all’adorato figlio Edoardo Ponti, che l’aveva già diretta nel lontano 2002, nel tutt’altro che esaltante Cuori estranei. Direttamente da Napoli, tra Palazzo Reale, i vicoli del Pallonetto di Santa Lucia, lo storico rione Sanità, il Belvedere Sant’Antonio e Posillipo, Sophia si è prestata alla macchina da presa per un mediometraggio intitolato «Voci umane», volutamente ispirato a quel ‘La Voce Umana‘ dello scrittore francese Jean Cocteau, il cui celebre monologo divenne cinema con l’Amore di Roberto Rossellini, trascinato da una magnifica Anna Magnani. Lo scrittore Erri De Luca si è occupato dello script, per un adattamento volutamente in dialetto napoletano e in grado di stupire, soprattutto nel finale, tanto da portare la città di Napoli nella storia. Al figlio ha regalato un'interpretazione che per lei era una sfida, "è un'attrice istintiva, non prova, qui per sei settimane, come una pièce teatrale, ha preparato la parte. Per lei era veramente un obiettivo", dice Edoardo. Quel monologo della donna abbandonata dall'amante, che spera di riconquistarlo ma poi si dispera quando capisce che è sconfitta, "dall'inizio della carriera era un sogno, l'avevo visto con la Magnani, mi ero detta che un giorno ci sarei riuscita anche io. Un monologo bellissimo, una meta per tante attrici, certo la Magnani era la Magnani, un'attrice straordinaria, di temperamento, sensibilità e coraggio fuori dal comune. Ora ce l'ho fatta anche io".
giovedì 19 giugno 2014
MALEFICENT
Sarà la presenza ancora viva del nostro spirito fanciullesco, ma io mi sono goduta lo spettacolo e ho trattenuto il respiro sino alla fine della proiezione, dunque non aspettatevi una recensione ‘tecnica’, si tratta pur sempre di una fiaba e di un film Fantasy. Innanzitutto non è la storia della Bella Addormentata bensì quella di Malefica, la storia di una vittima che, da grande, troverà il modo di superare il male che le è stato inflitto da chi amava e lo farà in una maniera che non ci aspetteremo, rinunciando alla sua vendetta. L’esordio alla regia è di Robert Stromberg, production designer premio Oscar, scenografo di “Alice in Wonderland” e de “Il grande e potente Oz”, che della fedeltà all'immagine originale fa un punto di forza della sua opera, oltre che da una preziosa estetica fantasy, che dona al film una personalità fiabesca e una cornice medievale. Ma la vera magia, la detiene interamente una titanica Angelina Jolie, incarnazione a dir poco perfetta della cattiva disneyana, anche e soprattutto nelle sfumature. La Disney torna a cimentarsi con una fiaba tradizionale, questa volta con un budget mai visto fino ad ora per un film animato. Ciò che può invece lasciare perplessi, è la trasformazione di una figura nata per incutere il terrore (perpetrata per giunta sulla pelle di un’innocente neonata), in una fata madrina dai tratti elegantemente dark, prudente e affezionata, a tratti sexy ed anche spiritosa. Ma la variazione ci piace e ci convince. Nella volontà della casa di produzione c’era sicuramente l’intento di non spaventare troppo un pubblico di minori sempre meno abituati a fare i conti con le brutture del mondo, ma insistere invece proprio nella dualità che il personaggio originale portava con sé: terrificante eppure così affascinante. La fantasia tipica delle fiabe della matrigna (o fata) cattiva, che serve a preservare intatta l'immagine positiva della madre, qui viene riunita in un'unica figura, ed è proprio riconoscendo questa compresenza che Aurora lascia l'infanzia per scegliere consapevolmente il proprio destino. Anche le fiabe si evolvono. Film Per tutti.
venerdì 6 giugno 2014
GRACE DI MONACO
Presentato in anteprima alla 67esima edizione del Festival del Cinema di Cannes come film d’apertura, Grace di Monaco, è stato accompagnato da numerose polemiche, sia dal punto di vista produttivo che dalla famiglia Grimaldi. Il produttore cinematografico ha definito la pellicola come “terribile”, ordinando un secondo montaggio e minacciando di non far uscire il film in America, mentre i figli di Grace Kelly, l'hanno giudicata un ritratto approssimativo e poco veritiero. Nonostante questo, a 32 anni dalla sua tragica scomparsa, il francese Olivier Dahan ha portato sullo schermo la storia di una delle più grandi icone dell’era moderna, scegliendo un anno particolare nella vita di Grace Kelly, il 1964, anno in cui la Principessa si trovò a un bivio cruciale: da un lato il suo mentore Alfred Hitchcock le offriva il ruolo della vita (ovvero la ladra bugiarda e frigida di Marnie), e dall’altro la sua famiglia e il principato di Monaco rischiavano di perdere tutto a causa di difficoltà diplomatiche con la Francia. Diva dall’elegante bellezza, musa e icona del maestro del cinema Alfred Hitchcock (che la definì “ghiaccio bollente”); premio Oscar a soli 26 anni, partner sullo schermo e nella vita di attori come Cary Grant e Clark Gable; icona di stile (tanto da meritarsi una borsa che porta il suo nome dalla casa francese Hermès - beata lei!) e infine sposa del principe Ranieri di Monaco: la vita di Grace Kelly è realtà che supera la finzione e non può non far gola a chi ama i racconti biografici. A interpretare Grace è Nicole Kidman, che per il ruolo si è immersa nella vita della principessa per ben cinque mesi studiandone ogni dettaglio (dalla postura al modo di parlare e camminare) e leggermente sgonfia del botulino a cui ci aveva abituato, è riuscita a portare con maestria ed eleganza gli sfavillanti abiti di Grace, perfetti e impeccabili così come la ricostruzione degli oggetti di scena e le splendide location, tra cui il Palazzo Reale di Genova. Ad affiancare la Kidman ci sono un apprezzabile Tim Roth, nel ruolo di Ranieri, un’affascinante Paz Vega, che interpreta una moderna Maria Callas, e Frank Langella, chiamato a raffigurare Padre Tucker, prete americano confidente della principessa. Di solito amo i film ispirati alle biografie, alle belle storie di vita ma nel film di Dahan ci troviamo di fronte ad un film di finzione e non un biopic (dalla contrazione di biographic picture, appunto film biografico) e la vita già da romanzo di Grace Kelly viene trasformata in un thriller di spionaggio, in un film su colpi di stato e in un dramma domestico. Eppure c’era così tanto da raccontare su di lei, mi chiedo perché ingarbugliare la storia a suon di politica e drammi famigliari irrisolti. La principessa sembra una figura a metà tra la Signora in giallo e una miss di un concorso di bellezza che grazie ai suoi discorsi sulla pace e sull’amore salva intere nazioni. La regia che indugia con insistenza sul volto della Kidman (non so a che scopo), la fotografia da fiction televisiva e la riduzione a semplici macchiette di figure storiche di spicco come Maria Callas, Alfred Hitchcock e Charles De Gaulle non aiutano la causa e rendono il tutto un po’ uno spaccato di un giornaletto di gossip dal parrucchiere. Che peccato! mercoledì 28 maggio 2014
LE MERAVIGLIE
Ho dovuto metabolizzare la visione di questo film prima di scriverne la recensione, perché è un genere difficilmente collocabile: sembra un’antica favola pastorale di ispirazione neorealista e nello stesso tempo un film moderno, con un delicato ritratto sull’adolescenza. Sono in ogni caso fiera che questa pellicola abbia ricevuto dei riconoscimenti: “Le Meraviglie”, di Alice Rohrwacher (sorella di Alba, che ritroviamo nel film) ha vinto il prestigioso “Gran Prix” (il secondo premio, dopo la Palma d'oro) alla 67esima edizione del Festival del Cinema di Cannes ed è stato l’unico film italiano in concorso. Probabilmente ad aver conquistato la giuria è stata l’attenzione per la natura, per la vita rurale e i suoi valori, che la regista ha saputo raccontare con estrema raffinatezza e sensibilità, nonostante i suoi giovanissimi 33 anni.
Siamo presumibilmente nella campagna della Tuscia degli anni '90, a casa di una coppia di apicoltori con quattro figlie femmine. La maggiore, ha il nome di un fiore, Gelsomina, ed è amica delle api mellifere che tratta come piccoli animaletti domestici. Durante un'estate di duro lavoro, appare una fata dalle lunghe trecce biondo platino, Milly Catena (una conturbante Monica Bellucci relegata in una parte minore), conduttrice di uno show televisivo che invita la gente del posto ad un concorso che premierà la migliore azienda di prodotti locali. Gelsomina sarà molto colpita e affascinata da questa donna e attraverso i suoi occhi vivremo la diversità di una comunità 'dissidente' che si è ritirata in una dimensione bucolica e produce miele e salse di pomodoro, nella speranza di resistere al mondo “fuori”. Un mondo che prende la parola e il microfono per mezzo della televisione regionale, che promette di fare ‘meraviglie’ per i residenti. Wolfgang, restio a qualsiasi forma di socialità e apertura al mondo esterno, è un personaggio determinante, un padre perennemente arrabbiato: la sua presenza severa e cruda è a tratti angosciante. Eppure è un padre che ama le sue figlie e soprattutto Gelsomina, la primogenita, che per certi versi è il capo-famiglia. A lei trasmette i segreti dell'apicultura, da lei si fa togliere i pungiglioni dalla schiena, ma quando arriva Martin, un ragazzino protagonista di un programma di rieducazione che entra di prepotenza nella loro vita, l'equilibrio sembra rompersi. Delicato e sensibile, lo sguardo di Alice Rohrwacher si infila nella relazione padre-figlia, realizzando una nuova cronaca dell'adolescenza. Il talento dell'autrice, rivelato nel suo primo lungometraggio, si riconferma dentro un paesaggio rurale che esalta la sua vocazione documentaristica.
Le Meraviglie è un film dai forti connotati autobiografici: nata da madre italiana e da padre tedesco, la Rohrwacher è cresciuta a Castel Giorgio, in provincia di Terni, terra di origine della madre e luogo di lavoro del padre Reinhard, apicoltore transumante e conduttore di un agriturismo. E’ quindi un film lontano da logiche commerciali, visionario ed enigmatico, una storia di formazione ermetica, ma con il sottofondo delle note di T’appartengo di Ambra, forse l’unico appeal di natura ‘commerciale’, in cui le bambine-attrici (meravigliosamente brave) ci regalano prova di grande intensità e capacità attoriali. La Rohrwacher ha comunque fatto una scelta audace, raccontando del rapporto sempre difficile fra un padre e una figlia quasi adolescente, fra il conservatorismo rabbioso di Wolfgang e la spinta gioiosa a vivere il futuro di Gelsomina, ma anche di un Italia che non c’è più, un piccolo mondo antico fatto dal sudore dei campi e dal contatto diretto con la natura. La mancanza di un vero e proprio filo conduttore logico, con sequenze conclusive un po’ incompiute, penalizza una pellicola già di per sé molto rischiosa, dove spesso il ritmo si affievolisce dinanzi alla routine contadina di un casale, in una dimensione grigia senza tempo.
Vorrei regalarvi un affresco maggiormente “denso” di questo film, ma la nostalgia verso l’adolescenza è una dimensione che sembra lontanissima e ingabbiata in un contesto monocolore. Così realistico e spoglio di sovrastrutture da apparire, con estremo dispiacere, poco empatico e vibrante, nonostante il richiamo ai tormentati anni della gioventù, che sono soliti regalare qualche emozione in più. Comunque un esperimento coraggioso.
mercoledì 14 maggio 2014
ALABAMA MONROE - UNA STORIA D'AMORE
Alabama Monroe, titolo originale The Broken Circle Breakdown - I guasti del cerchio spezzato (e questa volta la traduzione “ispirata” ci sta benissimo), sconfitto alla corsa per l’Oscar come miglior film straniero da La Grande Bellezza ma vincitore del premio Cesar in Francia e di due premi al Tribeca Film Festival di New York, è un’opera di dirompente drammaticità, che ti spacca il cuore. Un film diviso tra due mondi: la campagna belga, che però sembra quella del Texas o del Kansas e un'America che s’insinua fin troppo nella vita di Didier ed Elise. Se i protagonisti non avessero nomi francofoni e ogni tanto non si vedesse qualche targa europea, si potrebbe pensare che sia un film americano. Intenso, poetico e mai stucchevole, "Alabama Monroe" poggia su un insolito ma ben riuscito connubio tra cultura europea e folk americano ed è tratto dall'omonima pièce teatrale, d'ispirazione autobiografica, di Johan Heldenbergh, il protagonista maschile della pellicola.
La storia si svolge all’inizio degli anni 2000. Didier è un cantante di bluegrass (una variante old style del country), un omone con la barba che suona il banjo e vive in una roulotte mentre aspetta di ristrutturare casa. Elise è una tatuatrice professionista, una ragazza spirituale e sorridente, che ha inciso sul corpo la propria storia, cancellando via via i nomi degli uomini che ha amato per coprirli con nuovi tatuaggi. Quando si incontrano, è amore a prima vista: si amano totalmente, si perdono e si ritrovano ma si rispettano sempre. Lui la coinvolge nella sua musica, nell’amore per l’America e alla fine si esibiranno insieme dividendo palco e vita privata. Hanno una bambina bellissima, Maybelle, che purtroppo si ammala di cancro e muore molto piccola. Questo scatenerà una serie di eventi drammatici e di reazioni profondamente diverse che mineranno gravemente la loro bella storia d’amore.
Felix Van Groeningen, il regista fiammingo, sceglie inequivocabilmente la strada del melodramma e adotta uno stile di narrazione molto forte, sia nel raccontare la storia d'amore totalizzante fra i due protagonisti, sia nell'addentrarsi coraggiosamente nell'evoluzione tragica degli eventi in maniera lucida e fin troppo realistica. Lo storytelling è scomposto attraverso un susseguirsi di flashback: una frammentazione intelligente che permette di alternare la tenerezza dei momenti passati alla dolorosità di quelli presenti. A fare da filo conduttore sono alcune scene in cui i protagonisti suonano e cantano canzoni bluegrass (tutte tra l'altro interpretate dal vivo direttamente da loro: lui è un musicista, lei viene dal musical), che regalano sollievo momentaneo di fronte una sofferenza messa a nudo così bene che ti costringe spesso al fazzoletto. Strepitose le performance di questi due attori che non si risparmiano mai e regalano credibilità e potenza emotiva ad un film che ha il merito di non incorrere mai nel pathos o nel pietismo. I due protagonisti hanno una chimica rara e diventano Elise e Didier con un livello di identificazione che raramente si vede nel cinema. Non si tratta di un mero escamotage finalizzato a catturare l’emotività dello spettatore, ma piuttosto l’esigenza di raccontare in maniera coerente l’autenticità della vita comprese le dure prove a cui ci sottopone. Johan Heldenbergh, interpreta Didier come una creatura primordiale con un'inesauribile energia vitale e una dirompente carica rabbiosa quando la vita gli riserva il dolore più grande e le politiche degli uomini non lo aiutano. Veerle Baetens, vincitrice dell'European film award per il ruolo di Elise, ha una recitazione epidermica perfettamente consona ad una donna che usa la propria pelle per esprimere ogni sentimento. La sua Elise è una donna dalle emozioni forti ed è estenuante osservarla tentare di sopravvivere ai propri abissi di tristezza e cercare di “ripartorirsi” con un nuovo nome e una nuova storia.
Ho amato tantissimo una delle scene finali in cui lei decide di farsi chiamare Alabama e lui le chiede “ma se tu sei Alabama io chi sono?” “Tu sei Monroe” ossia il padre della musica che pervade l’intera colonna sonora, ovvero Bill Monroe.
C’è tanto in questo film da cui farsi avvolgere e stravolgere: dall’amore nella sua forma più pura e selvaggia, al tema etico e religioso, al modo di affrontare un lutto, al tentativo (vano) di ricomporre un cerchio spezzato. Anche i senza-cuore avranno un sussulto.
mercoledì 30 aprile 2014
HER (LEI)
Non si può dire che non sia un film ben fatto e che non abbia raccolto consensi un po’ da tutto il mondo: però mi aspettavo qualcosa di più da una pellicola fresca di Oscar per la miglior sceneggiatura originale. Non che non lo sia (originale intendo) ma Her (Lei), di Spike Jonze non mi ha convinto. Lui sarà pure un geniale direttore di videoclip, ma dopo essere passato al cinema con Essere John Malkovich, è diventato il re del cinema per gli hipster, quei fighettini non ben identificati che applaudono una fetta di cinematografia nebulosa per gli alternativi “di classe”: l’esteriorità, la forma a dispetto della riflessione critica e il culto dell’estetica vintage (vi rifarete gli occhi con una fanatica fotografia dai colori pastello che invade la quotidianità, con look e arredamenti anni 70 strabilianti). Boh. Non lo so nemmeno io cosa ho scritto, d’altro canto non so cosa ho visto.
Certo la storia non è così assurda se si pensa all’uso improprio e maniacale che facciamo della tecnologia, ma lo diventa quando i due innamorati (un essere umano e un pc tanto per chiarire le posizioni) si mettono a fare i gelosoni. Il quadro è presto dipinto: in un futuro non molto lontano, dove la tecnologia ha invaso il privato Theodore è un uomo solo, con alle spalle un matrimonio fallito e non riesce più a provare emozioni e stimoli vitali. Incuriosito da una pubblicità, decide di comprare un sistema operativo parlante, progettato per interagire con gli umani nelle attività giornaliere. Lo imposta con la personalità femminile e, ovviamente, se ne innamora. La particolarità di questo nuovo software, però, è quella di essere un’intelligenza artificiale in grado di evolversi e di godere di una sorta di libero arbitrio, rivelando non poche sorprese al nostro triste amante solitario che finirà per capire di non aver fatto un bell’affare. Non si può non riconoscere a Jonze la volontà di affrontare in modo coraggioso un tema complesso come la trasformazione tecnologia (e di conseguenza sociale) che affligge l’uomo contemporaneo, sempre più schiavo e eternamente connesso con software, palmari, smartphone che ne condizionano gli stati d’animo. A questo impianto di partenza, che sembrerebbe più o meno realistico, si aggiunge inoltre l’innegabile bellezza ed eleganza della scenografia, che costruisce un futuro dove geometria e ordine hanno preso il controllo della società (Shangai e Los Angeles sullo sfondo sono tra le poche scelte azzeccatissime). Jonze forse valeva portare al cinema il complesso rapporto tra umano e macchina: ma il suo film, man mano che va avanti, non ne parla affatto. La storia d’amore tra Theodore (un Phoenix bellissimo e convincente) che ad un certo punto vorresti inevitabilmente prendere a ceffoni e il computer con la voce di Scarlett Johansson (a noi ci è toccata purtroppo Micaela Ramazzotti che ha rovinato non poco la resa dialettica) è una normalissima storia d’amore tra due esseri umani, con bisticci, slanci d’affetto e incomprensioni.
Un po’ Sandra e Raimondo del web che litigano del quotidiano. Speri che ad un certo punto LUI rinsavisca, perché è veramente tutto troppo (inverosimile). Invece no. E' più facile rifugiarsi in un facile sentimentalismo, a tratti toccante e coinvolgente certo, ma assolutamente slegato dal contesto e soprattutto pesante da sopportare. Questo, vanifica in partenza, la possibilità di entrare in empatia con l’idea di nutrire dei sentimenti verso un computer. Insomma, Her risulta essere, a mio avviso irrisolto e poco credibile, come il vano e improbabile tentativo di consegnare le proprie emozioni a una macchina.
Se proprio dovete vederlo… almeno in lingua originale.
Etichette:
film,
Her,
Lei,
love story,
recensione,
Spike Jonze
mercoledì 23 aprile 2014
TI SPOSO MA NON TROPPO
Il teatro al cinema. Non lo so. Forse è troppo-troppo carico di recitazione sopra le righe e di situazioni viste e riviste.
La voce fuori campo del protagonista che commenta le scene, le musiche da spot, il panino con la mortadella, la paziente che si innamora del finto analista, il balletto finale. Basta, mi fermo qui.
Questa commedia, troppo romantica anche per me, gioca sul proliferare incessante degli equivoci e fin qua nulla di nuovo: è la trasposizione cinematografica della pièce omonima scritta da Gabriele Pignotta, che è anche regista e interprete del film, nei panni di Luca. Allora se una commedia ha avuto tanto successo in teatro, perché portarla al cinema mi chiedo io? La storia è garbata e godibile per carità: gli intrecci si sviluppano in modo agile, c’è buon ritmo comico (con i tempi di entrata e uscita in scena tanto cari al teatro), tanta leggerezza, qualche gag riuscita ma insomma alla fine è sempre un po’ pochino considerando anche la presenza di qualche bravo attore a disposizione (ad es. Paola Tiziana Cruciani e Paolo Triestino nei panni 'limitati' dei genitori di Carlotta). Se il matrimonio è la tomba dell’amore, forse il cinema è la tomba del teatro: meglio non rischiare la prossima volta.
venerdì 28 marzo 2014
LA MOSSA DEL PINGUINO
Non è un film su uno sport che non conoscete bene, non lasciatevi fuorviare. E’ un film che parla di agonismo, di sfide, di riscatto, di amicizia e di una mossa in particolare, che acquisterà significato solo alla fine della pellicola. E’ la storia di un sogno, quel sogno che ognuno di noi tiene chiuso in un cassetto, per paura che prenda corpo e voce e ci faccia buttare tutto all’aria.
Il protagonista è Bruno, marito e padre affettuoso ma totalmente inaffidabile e un po’ sconclusionato. Passa le notti a pulire i pavimenti di un museo romano con lo scopettone, insieme all'amico di sempre Salvatore (Ricky Memphis), sognando un futuro diverso da quello che per lui “è già deciso”.
Un servizio televisivo sul curling, disciplina sportiva forse non troppo lontana da quel lavoro notturno e non molto nota al grande pubblico, scatena l'immaginazione dei due amici, che decidono di candidarsi addirittura alle olimpiadi. E poiché la squadra di curling deve essere formata da quattro atleti, ecco qui che vengono reclutati altri due improbabili candidati: l'ex vigile Ottavio, abilissimo e diffidente giocatore di bocce, e il simpatico mago del biliardo Neno. Inutile dire che Eva, la moglie di Bruno, non sarà affatto d'accordo sul progetto e il ‘nostro eroe' rischierà di perdere molto. La mossa del pinguino, film scritto da Claudio Amendola ed Edoardo Leo (che interpreta il ruolo di Bruno) e diretta dallo stesso Amendola, fa leva proprio sui punti di forza di una certa romanità pulita e corale che ci piace tanto: un cast affiatato, su cui troneggiano Ennio Fantastichini e Antonello Fassari, ma anche il piccolo Damiano De Laurentiis nei panni di Yuri, il figlio di Bruno. Un occhio sempre attento alla realtà, evidente anche nei dettagli di scenografia e costumi. Per certi versi, anche un film di genere, che strizza l’occhio alle "imprese sportive improbabili", ma ricorda anche i disoccupati spogliarellisti di Full Monty. La formula è limpida e modesta, ma fatti di dialoghi ispirati e profondi, come quello sulla "biglia che va tenuta come un passerotto", e alcuni particolari della regia, come i primi piani dell'uovo al tegamino, manifestano grande attenzione per le cose semplici della vita. Senza grandi pretese, questi quattro personaggi non ancora rassegnati al fallimento e alla solitudine, si fanno volere bene e strappano più di qualche sorriso. L’armata Brancaleone dei ghiacci ci prende il cuore e ci restituisce tanto: d’altro canto “non si può passare la vita a sbocciare, qualche volta bisogna accostare”.
venerdì 14 marzo 2014
ALLACCIATE LE CINTURE
Tredici anni di vita sono tanti per qualsiasi coppia: può succedere di tutto, anche se ci si è amati tanto. Ripercorriamo a partire dai duemila, in una Lecce sempre molto charmante, la storia di due giovani bellissimi e pieni di passione ma diversi per estrazione sociale e carattere, due giovani che si odiano, si amano, si tradiscono, soffrono e saranno messi a dura prova dalla malattia e dell'ombra della morte. Lei Elena, di buona famiglia, fa la cameriera e il suo sogno è mettere su un locale tutto suo, spalleggiata dall'amico gay Fabio. Lui, Antonio, fa il meccanico, è senza ombra di dubbio razzista e pieno di tatuaggi. I due, si incontrano in una giornata piovosa e litigano brutalmente. Ci piacciono da subito, perché amiamo le storie impossibili e legate da chissà quale filo conduttore. Il loro innamorarsi è il momento migliore del film, secondo me. C’è l’attesa, il rincorrersi, il fascino del proibito. Non si capisce se ce la faranno..e invece poi li ritrovi "formato-Famiglia". Fino a quasi metà del film Ozpetek mi ha pure ingannato: ho pensato che si tornasse a parlare d’amore, di sentimenti, di affetti reali che oltrepassano le dinamiche di genere, e superano il tempo. Ho pensato: finalmente una bella storia d'amore di quelle che ti fanno sognare. Poi ad un certo punto il dramma, la malattia. Quella al cospetto della quale non puoi che aspettarti il momento della riflessione e del ritorno in sé, perché fino a quel giorno forse ti eri solo lasciato vivere. Quella che al cinema non vorresti mai vedere, non perché non esista, ma perché ci vuole anche un po’ di pudore nel raccontare il dolore e perché sembra sempre che non si ricorre a qualche triste escamotage, la vita affettiva non abbia il valore che merita. Insomma lo stratagemma retorico e melò lo vedo sempre, quello per catturare l’attenzione dello spettatore per intenderci e farlo un po’ intenerire (che poi nemmeno tanto). Che non vuol dire che il regista non abbia provato a raccontare il dramma personale in maniera delicata (e a tratti scherzosa), ma non ne ho colto appieno il significato. Quello di riscattarsi da una conflittuale e stanca vita matrimoniale a causa di un avvenimento doloroso? Il risultato è una comicità che andrebbe bene in “Mine vaganti” ma che non riesce a legare con una drammaticità a tratti superiore a quella de “La finestra di fronte”. La storia c'è (c’era almeno), amore ed amicizia si intrecciano tra gesti controllati e istinti passionali, ma la sensazione del vuoto d'aria si è persa strada facendo. Anche la malattia di Elena, che pure capovolge i ruoli e riequilibra i sentimenti, passa forse troppo velocemente. Insomma avremmo preferito mantenere la sensazione delle farfalle allo stomaco che ci ha accompagnato all’inizio, invece che uscire con il magone. Salvo Elena Sofia Ricci e le sue fantastiche battute. Kasia Smutniak per me è bellissima e può uscire di casa così com'è, anche la mattina appena sveglia. Francesco Arca è meno peggio di quello che pensavo...(no dico ve lo ricordate Raoul Bova agli inizi??). In ogni caso la parte del tenebroso tatuato è la sua ed ha un bel sedere. Nulla di più. Se volete rifarvi gli occhi ok ma vivamente sconsigliato a chi è un po' angosciato di suo.
Etichette:
cinema,
film,
ozpetek,
recensione
SNOWPIERCER
Tratto dal fumetto francese Le Transperceneige e girato con un cast internazionale (John Hurt, Chris Evans, Jamie Bell), Snowpiercer è stato definito la miglior sci-fi (science fiction) dai tempi di Matrix, anche se a mio avviso si colloca meglio come ibrido, a metà strada tra un action movie e un genere pulp: è qualcosa di nuovo, di diverso, che non ti aspetti. Forse perché è coreano. Siamo di fronte all’ennesima era Glaciale sulla Terra e fin qui nulla di nuovo. Gli ultimi sopravvissuti del genere umano, questa volta però, vivono confinati in un treno rompighiaccio in grado di percorrere senza interruzione il globo terrestre. L'inventore di questa macchina perfetta, tale Wilford (Ed Harris) ha anche determinato un sistema sociale su cui si regge l'equilibrio della comunità che abita i vagoni del treno: in coda stanno i miserabili sfruttati, e in testa vivono invece passeggeri di prima classe, i privilegiati; ma la rivolta degli oppressi dalla coda del treno si farà sempre più forte e il loro leader, Curtis, tenterà di prendere in mano la situazione, arrivando della testa del convoglio. Questa pellicola, una delle più attese degli ultimi anni dagli amanti del cinema di genere, è il più costoso film mai prodotto in Corea, e il caso raro di un'opera d'autore di un regista di grande talento Bong Joon-ho, che è stato capace di tenersi in equilibrio tra cinema popolare e rilettura critica. Quali che siano gli esiti del botteghino, Bong ha portato sullo schermo il "suo" classico di fantascienza, che non è solo un'efficace opera di intrattenimento ma anche una profonda riflessione filosofica sulla natura dell'uomo e le sorti dell'umanità: cupa e inquietante a tratti, disperata e combattente in altri, ma anche aperta, nel finale, ad un insospettabile raggio di speranza. È una proiezione plausibile del nostro futuro: racconta, estremizzandole, le conseguenze del degrado ambientale e climatico. Nel treno-mondo di Bong, costruito tra scenografie geniali e intriso di oscurità e luci cangianti (magistrale la fotografia), si riflette inevitabilmente la prospettiva non-occidentale dell'autore e un cast più che all’altezza della situazione. E quindi, a fianco di un intenso e tenebroso Chris Evans (praticamente irriconoscibile, avete presente il bel captain America?), Jamie Bell e John Hurt e un'inespugnabile Tilda Swinton, che troneggia su tutti, crudele e bruttissima. Non è facile descrivere Snowpiercer, perché la sua natura di pellicola orientale viene fuori con una tale frequenza da renderlo totalmente anti-hollywoodiano: a tratti è grottesco, poi diventa super violento, poi di nuovo grottesco. Ti aspetti un certo sviluppo, e invece ne arriva un altro, imprevedibile: viaggia, letteralmente, su un paio di binari, ma non sai fino alla fine che direzione vuole prendere, e questo mantiene viva l'attenzione e ti incolla allo schermo, con un senso di angoscia e di terrore che non ti abbandonano mai. Di dormire non se ne parla proprio, ne durante il film né tantomeno dopo. Il film di Bong Joon-ho è proprio come il convoglio di cui parla: fatto di vagoni diversi e tenuti insieme non si sa bene come e per andare dove, e sempre a un passo dalla catastrofe. Eppure va avanti. Un po’ come fa l’umanità ogni giorno. lunedì 3 marzo 2014
SORRENTINO: L'OSCAR "SALVA ROMA"
Dopo 15 anni dal trionfo di Benigni alla notte degli Oscar finalmente la sospirata statuetta torna nelle nostre mani, con la vittoria de “La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino, premiato come miglior film straniero. Non si può che essere felici di questo riconoscimento, a prescindere dalle critiche più o meno feroci (tra l’altro espresse principalmente in patria e non all’estero) e a discapito di tutti i detrattori che ritenevano questa pellicola non meritevole di tanto successo (vorrei sapere chi ci avrebbero mandato al posto di Sorrentino??!) Il cinema italiano torna ad incantare e sedurre Hollywood, riecheggiando i fasti de La Dolce Vita, ma regalandoci un’immagine più moderna e sofferta di una Roma cialtrona e scanzonata, fatta di personaggi bizzarri e alla ricerca di una vera identità. Non possiamo che essere felici di tornare alla ribalta con una tradizione cinematografica che da sempre ci appartiene e con il talento dei nostri giovani registi, che sanno regalarci prove di grande maturità artistica. Saranno queste le ragioni che presumibilmente hanno indotto Mediaset a trasmettere "La Grande Bellezza", martedì 4 marzo su canale 5. Questa programmazione scontenta non solo gli esercenti cinema, che lamentano il rischio di penalizzare le sale (dove il film è tuttora in proiezione) ma crea tensione anche con la rivale di sempre Sky Cinema, che ha mandato in onda la diretta della notte degli Oscar. Vogliamo sperare che alla base di tale decisione, non ci sia solo una spregiudicata strategia di marketing (Mediaset possiede la casa produttrice Medusa che ha prodotto il film) o la storica rivalità con il gruppo di Murdoch, ma il sano desiderio di mettere a disposizione di tutti la visione di “una Grande Bellezza”. Mai come questa volta però è stato piacevole fare nottata non solo per la premiazione italiana, che ci ha regalato la soddisfazione di un riconoscimento atteso da tempo, ma anche per assistere al trionfo degli altri film in gara, che meritano davvero tutti di essere nominati. Il miglior film, come da pronostico, è stato “12 anni schiavo” (che si è aggiudicato anche la statuetta per la miglior sceneggiatura non originale e per la migliore attrice non protagonista, la giovane Lupita Nyong’o). Un'altra bella prova del regista Steve McQueen e soprattutto la prima volta che il premio viene assegnato a un regista nero, sembra scontato precisarlo eppure non è così. Sarà contento Brad Pitt, che come produttore, finalmente si guadagnata la statuetta. A dominare la serata è stato però (con grande sorpresa a mio avviso) “Gravity”, vincitore di ben sette Oscar (tra premi tecnici, colonna sonora e regia di Alfonso Cuaron). A mani vuote, anche questa volta, il ‘povero’ Leonardo Di Caprio che ha dovuto cedere il passo allo strepitoso Matthew McConaughey di “Dallas Buyers Club”: film applauditissimo che ha visto premiare anche Jared Leto come migliore attore non protagonista. Il Premio come migliore attrice se lo è aggiudicato la sempre perfetta e incantevole Cate Blanchett nel film di Woody Allen Blue Jasmine (il film non è niente di che ma lei sublime ed eterea come sempre non sbaglia un colpo), mentre il premio per la migliore sceneggiatura è andato a “Her” di Spike Jonze (che devo assolutamente vedere, nelle sale il 13 marzo). Escono a mani vuote invece, inspiegabilmente, 'American Hustle', che aveva ben dieci candidature (sono offesa per il mio amato e panciuto Christian Bale) e 'The Wolf of Wall Street' di Martin Scorsese, che ne aveva cinque (sarà la maledizione del bel Di Caprio?). Non sono mancati momenti da ricordare e siparietti di ogni genere: a parte l’inglese strampalato di Paolo Sorrentino, e le sue bizzarre fonti d’ispirazione (vada per Scorsese e Fellini ma che c’entra Maradona?), il momento più alto della serata è stato la foto selfie scattata da Bradley Cooper su idea della presentatrice, che in pochi minuti è diventato il tweet più celebre della storia; per non parlare di Brad Pitt che distribuisce piattini di carta per mangiare la pizza e ne addenta un trancio come un camionista sulla Salerno-reggio Calabria (speriamo ne dia un po’ anche ad Angelina Jolie, che è apparsa come al solito tutta pelle e ossa ). Vizi e virtù di una Hollywood festaiola, quasi a voler emulare la più celebre e movimentata movida capitolina.
mercoledì 26 febbraio 2014
MONUMENTS MEN - WHAT ELSE?
Una bella squadra quella capitanata (e diretta) da George Clooney che ripercorre una storia realmente accaduta: quella di un gruppo di storici che si lanciano nell’impresa di salvare delle opere d’arte dalla furia devastatrice di un Hitler ormai vicino alla resa. Siamo ormai sul finire della guerra e mentre le forze alleate sferrano il loro attacco alla Germania, lo storico dell'arte Frank Stokes ottiene l'autorizzazione da Roosevelt per mettere insieme un gruppo di esperti che ha il compito di recuperare tutto ciò che Hitler ha trafugato in previsione della costruzione dell’imponente Museo del Fuhrer. In caso di sconfitta del Reich, infatti l'ordine è di distruggere tutto. Si viene così a creare una compagnia formata da due storici e un esperto d'arte, un architetto, uno scultore, un mercante, un pilota britannico e un soldato ebreo tedesco (per le traduzioni). Soldati per caso, uomini ‘normali’ (ma non troppo) che diventano per l’occasione “Monuments men” e che dovranno cavarsela nonostante la loro scarsa confidenza con le atrocità della guerra. Il tutto funziona e l’ironia del gruppo fa pensare a “Ocean’s Eleven”, così come l’odio profondo per i nazisti in alcuni tratti richiama “Bastardi senza gloria” ma il film di George Clooney non è ambizioso come il precedente (“Le idi di marzo”), e tende piuttosto a prendersi poco sul serio, ad affrontare l’avventura di questa missione con leggerezza senza mai farci pesare la drammaticità del momento storico. Ma non si capisce se questo sia un difetto o un pregio del film. Il cast non può che essere eccelso, quando compaiono Bill Murray, John Goodman e Bob Balaban, e soprattutto quando ci sono attori del calibro di Matt Damon, Jean Dujardin e lo stesso Clooney in prima fila nelle loro versioni più “serious” (anche se non ho molto apprezzato la forzatura del doppiaggio italo-francese di Dujardin). La pattuglia di uomini inadeguati alla guerra ma pronti a rischiare la vita per salvare delle opere d'arte non è formata solo da attempati Indiana Jones (anche se non mancano i carrelli della miniera e altri riferimenti qua e là): sono uomini - e una donna marchiata di collaborazionismo – (la sempre perfetta Cate Blanchett) che Clooney ci presenta nella loro umanità e nelle loro debolezze. Insomma questa missione è per loro anche un momento di riscatto (e di gloria in caso di successo) e l’aspetto motivazionale si incastra perfettamente con la necessità di salvare il continente dall’imminente perdita di parte della propria storia. Film interessante senza dubbio, non troppo brillante e tratti anche un po’ didascalico (forse alcuni interventi sono finalizzati proprio a fornire qualche elemento di base agli spettatori che ne sono sprovvisti), ma sicuramente utile di questi tempi in cui l'attenzione verso l'arte e la cultura sembrano passate in secondo piano. Io comunque andrò in Belgio vedere la Madonna di Michelangelo. Si trova nella Chiesa di Nostra Signora, a Bruges. Come direbbe George: What else? lunedì 10 febbraio 2014
SMETTO QUANDO VOGLIO
Scoppiettante esordio per il primo lungometraggio del regista salernitano Sidney Sibilia che, sul modello de “I soliti ignoti” forma una banda composta di ingenui dilettanti del crimine, sul tragi (comico) sfondo sociale del precariato, ma con la leggerezza tipica di certe riuscitissime commedie britanniche. Finalmente compare qualcosa di nuovo che richiama la grande tradizione nostrana riuscendo a essere divertente ma senza volgarità, e che strizza l’occhio al cinema contemporaneo di genere come "Ocean's Eleven" e "I soliti sospetti", e perché no anche ad Una notte da Leoni. Veramente ben fatto, non me l’aspettavo: una action comedy frizzante, con una Roma Notturna quasi losangelesca e una sequenza di scene sempre in bilico tra il dramma e la commedia brillante, con un Edoardo Leo in strepitosa forma, a metà tra il Prof. Verdone di Acqua e Sapone e il George Clooney “de Noantri”. I protagonisti della commedia (tutti attori conosciuti ma non troppo), sono geniali nella propria disciplina di studi, ma finiscono purtroppo a fare lavori occasionali e dequalificanti, fino a quando uno di loro, Pietro Zinni (Edoardo Leo), genio della biologia lasciato a casa dalle nepotistiche dinamiche universitarie, escogita il modo di fare soldi creando un nuovo tipo di droga non ancora catalogata dal Ministero della Salute e quindi, teoricamente, legale. Mette insieme per questo scopo una banda di ex ‘ricercatori’, accomunati dal fatto di trovarsi in situazioni disagiate e senza reali prospettive di lavoro. Il successo repentino e travolgente (fatto di facili guadagni e ambienti promiscui), li coglierà però impreparati. Si ride di gusto nonostante non si faccia nulla per attenuare l’evidenza di un paese che non ha nulla da offrire alle sue menti più promettenti, e comunque il tema del disagio lavorativo non appesantisce le corde di un film che vibrano con potenza per tutta la sua durata, la potenza del riscatto dalla miseria intellettuale, economica e sociale. Il tutto è dovuto a una sceneggiatura senza sbavature, ad un montaggio dinamico, alla fotografia che richiama volutamente certi filtri di Instagram e un color correction tipo fluo, ma soprattutto alla convincente caratterizzazione di personaggi dal linguaggio forbito che vengono calati in contesti di natura diversa, diventando inevitabilmente spassosi. Il fatto che nel cast non ci siano nomi di grosso richiamo gioca solo a favore della pellicola: finalmente vediamo facce ‘nuove’ e non i soliti volti noti. Anche il messaggio del film è chiaro: se c'è una piccolissima speranza di essere assunti, meglio non dire di essere laureati! "Sì, ma guardi è un errore di gioventù del quale sono profondamente consapevole". Ipse dixit! giovedì 6 febbraio 2014
TUTTA COLPA DI FREUD
Mi rendo conto di andare controcorrente e non incontrerò ahimè il favore del pubblico, che sicuramente si sarà fatto quattro risate andando a vedere una ‘commediola leggera’…ma non senza una punta di dispiacere, devo tirare le orecchie a Paolo Genovese, che ci aveva abituati a pellicole come Immaturi e Una famiglia perfetta, sicuramente meglio riuscite e più brillanti di questa ultima fatica che, per carità è ben orchestrata ma si incaglia sui soliti stereotipi uomo-donna. Bisogna valorizzare anche i film nostrani e promuovere i giovani registi italiani, lo dico sempre, però quante lacune in questo nuovo trend del “cinema-vetrina". E per vetrine non scherzo, parlo di quelle della libreria radical chic in centro, o del negozio di arredamento Ovvio (dove si svolge metà del film) o di quelle del Lanificio che tanto si adatta alle nuove storie d’amore. Insomma un po’ un film alla moda intriso di cliché (furbetto oserei dire), che tra un personaggio lampadato e un altro, un loft in pieno centro tutto da distruggere, una New York in bicicletta (o con vista skyline) cerca di filosofeggiare maldestramente sulla vita di coppia per accaparrarsi il favore di un pubblico avvezzo ai consigli d’amore. Un Marco Giallini un po’ spento e sottotono per l’occasione, ci fa rimpiangere i panni in cui solitamente lo cala Carlo Verdone. Lo compensano le apparizioni fugaci di Daniele Liotti, Edoardo Leo e Giammarco Tognazzi, a fare la solita parte dei maschi irrisolti, ma almeno ci siamo rifatte gli occhi. Ma veniamo alla trama: c’è qualche pillola di saggezza sparsa qua e là e qualche altra presa in prestito ai migliori manuali d’amore fai-da-te, ma si disperdono sempre in maniera veloce e impercettibile. La storia è quella di Francesco, uno psicologo cinquantenne che è stato lasciato dalla moglie e ha allevato le tre figlie diventando per loro quasi un amico nonché all’occorrenza anche terapista. Le tra ragazze hanno naturalmente ognuna una storia diversa e strampalata: Sara, omosessuale, viene regolarmente lasciata dalle fidanzate; Marta, libraia, si innamora di scrittori che non la ricambiano; Emma, maturanda, ha avviato una storia con Alessandro, coetaneo di suo padre e per giunta sposato con Claudia. A complicare ulteriormente le cose, Claudia è l'amore segreto di Francesco, ma lui non sa che è la moglie dell’amante di sua figlia. Un gran caos insomma, ma perché tirare in ballo Freud…se tutto risolve con cene e pranzetti? Veniamo alle attrici: Claudia Gerini sembra la sorella bionda della Ferilli (tanto le scoppiano le guance) mentre Vittoria Puccini con quella gonnellina bianca e le magliettine senza reggiseno può sfidare sicuramente Holly Hobbie per la nuova collezione “donne-in-campagna”. La Foglietta non trova pace con l’identità sessuale figuriamoci con i capelli, e quindi per fare la parte della lesbica giustamente se li taglia da maschiaccio, ma almeno è l’unica a farci fare due risate. Gassman ormai recita se stesso, e dunque è credibile nella parte del cinquantenne in crisi. Tutta colpa di Freud ha insomma sé pregi e difetti della commedia italiana di ultima generazione, con una certa predisposizione verso una omologazione da fiction tv, una sorta di “sit-com” dentro il film, ma alla fine a noi italiani piacciono anche queste storie inconcludenti e confuse, dove c’è un po’ di tutto (di tutti). giovedì 30 gennaio 2014
DALLAS BUYERS CLUB
Trovarmi davanti un Matthew McConaughey così magro ed emaciato mi ha fatto prendere un colpo, quasi quanto Christian Bale nell’Uomo senza sonno. E chi pensa che sia solo un belloccio senza talento, qui avrà molto da ricredersi. Una grande interpretazione, che restituisce dignità e merito sia al personaggio della storia che all’attore, che non si è certo risparmiato e che dopo aver interpretato Killer Joe (un film assurdo solo per chi ha lo stomaco forte), sembra ormai avere una carriera in grande ascesa. Dallas Buyers club aveva già ricevuto il premio BNL del pubblico durante l’ultima edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, lo scorso novembre, e Matthew McConaughey era stato premiato in quell’occasione anche come miglior attore. Purtroppo solo virtualmente, in quanto era presente in rappresentanza del cast Jared Leto che, per carità tanto carino, ma io (che ero alla prima all’Auditorium) avrei tanto gradito veder apparire Matthew, vestito come nella pubblicità di Dolce&Gabbana. Oggi la pellicola esce nei cinema italiani e nel frattempo si è aggiudicata altri riconoscimenti: McConaughey e Leto hanno ricevuto i Critics' Choice Movie Awards, rispettivamente come miglior attore protagonista e miglior attore non protagonista. Matthew ha inoltre ricevuto il premio come miglior attore protagonista ai Golden Globe e agli Screen Actors Guild Awards ed è tra i favoriti agli Oscar. Sarà perché è tratto da una storia vera (e sapete quanto io apprezzi questo), ma questo film commuove e diverte nello stesso tempo, seppure nella drammaticità dell’argomento di cui tratta. Mi viene in mente di definirlo un film intelligente, con una giusta sceneggiatura che non scade mai nel banale o nella retorica, con un cast al top della performance (non dimentichiamoci una intensa e delicata Jennifer Garner), un soggetto forte senza sbavature e un protagonista che regge su di sé tutto il peso del suo dramma, con una forza e un attaccamento alla vita inespugnabili. La trama ruota attorno a Ron Woodroof, un elettricista texano che scopre di essere malato di aids e decide di curarsi con farmaci alternativi, che però sono vietati negli Stati Uniti. Quando scopre che i farmaci migliorano le sue condizioni, Woodroof comincia a importarli e contrabbandarli nel suo paese, dando inizio a un braccio di ferro con le autorità. Dallas buyers club fotografa un periodo storico preciso, nel quale l’aids rappresentava un nuovo terrore, le cure costavano molti soldi e l’ignoranza in materia era molto diffusa. E’ un film che racconta lo strano viaggio e la redenzione di un eroe (che poi eroe non è) che farà di tutto per rimanere vivo il più a lungo possibile. Ron vive come se non ci fosse un domani, non credendo alla medicina ma professando solo la religione della droga, del sesso e dell'alcol. La scoperta di non avere realmente un domani a causa della contrazione del virus apre un calvario fisico ma soprattutto psicologico e lo porterà ad un incredibile lavoro di ribaltamento dei più odiosi luoghi comuni omofobi, diventando un eterosessuale che si apre al prossimo, stringendo dei bellissimi legami di amicizia e facendosi portatore di salvezza contro un sistema che sembra negarla. mercoledì 29 gennaio 2014
PHILOMENA
Quanto tempo era che non piangevo al cinema? Non me lo ricordo, fatto sta che mi è piaciuto. Non capisco perché film come questi non abbiano la promozione che meritano, ma devono sottostare a tutti gli ‘American Hustle’ del momento, con il super cast e i super costumi. Adoro le storie vere, come questa, che ti entrano nel cuore e che quando esci dal cinema te le porti a casa e ti restano dentro per qualche giorno. La storia si svolge in Irlanda e già questo mi riempie gli occhi, con quei paesaggi da scoprire in macchina e quel clima perenemmente colorato di Autunno. Siamo nel 1952: Philomena resta incinta da adolescente e la famiglia la ripudia e la chiude in un convento di suore. La ragazza partorirà un bambino che, dopo pochi anni, le verrà sottratto brutalmente e dato in adozione. Nel 2002 questa fantastica mamma interpretata da una strepitosa Judi Dench, non ha ancora rinunciato all'idea di ritrovare il figlio per sapere almeno che ne è stato di lui e se l’ha mai cercata. Troverà aiuto in un giornalista che, seppur inizialmente controvoglia, accetta di aiutarla nella ricerca. Ciò che scoprirà non sarà proprio quello che si aspettava (o forse si?), ma un viaggio è sempre un viaggio soprattutto se lo si fa alla ricerca di sé stessi e delle proprie radici e lei non si fermerà ai primi ostacoli. Stephen Frears racconta in questo film la storia vera di una madre alla ricerca del figlio perduto, tratta dal libro di Martin Sixsmith "The lost Child of Philomena Lee" che, pubblicato nel 2009, ha consentito a molte donne di sentirsi sostenute nel raccontare il loro 'vergognoso' passato. Frears di lei dice: "Incontrando la vera Philomena Lee ero sorpreso dal fatto che volesse venire sul set, cosa che ha fatto il giorno in cui veniva girata la scena terribile della lavanderia. Philomena è una donna priva di autocommiserazione, che continua ad avere fede nonostante le ingiustizie subite". E’ proprio nella chiusura di questa dichiarazione il senso profondo di un film che sa commuovere, far pensare e creare anche un senso di disagio di fronte a tanto amore per il prossimo perché Philomena è riuscita, a non confondere mai Dio con coloro che talvolta hanno la pretesa di rappresentarlo. Philomena e Martin sono l’incontro tra lo scetticismo e la fede. Sono un bellissimo incontro di anime. THE WOLF OF WALL STREET - IL LUPO DI WALL STREET
Esci dal cinema ‘strafatto’ anche tu (anche senza esserti preso niente) e fin qui è una bella notizia. Direi che è proprio il caso di dire Bentornato Mr. Scorsese, un ritorno in grande stile con un film barocco ed esagerato e un Di Caprio in strepitosa ed energica forma. E proprio quando pensi che il regista non possa andare oltre, ecco che si ripresenta con questa commedia nera e stupefacente, e ti accorgi che per lui tutto è possibile. Sfrontato, delirante, The Wolf of Wall Street è un film talmente sopra le righe che non puoi non seguire per tutte le tre lunghe ore della sua durata: grazie anche ad un cast di interpreti fuori dall’ordinario e una gran bella colonna sonora. Ad un certo punto (per la gioia dei miei occhi) compare anche il fascinosissimo attore francese Jean Dujardin (Premio Oscar per The Artist) che interpreta un banchiere svizzero. Grazie per la bella visione. Ma passiamo al nostro 'Lupo'. Quella di Jordan Belfort è una storia (vera) che narra di un broker cocainomane e nevrotico nella New York degli anni Novanta. Ambizioso e senza scrupoli, partendo dal basso riesce a fondare la Stratton Oakmont, agenzia di brokeraggio che rapidamente gli assicura fortuna, denaro, donne, amici, nemici, ma anche tanta droga e molti problemi. Separato dalla prima moglie, sposa in seconde nozze la bella Naomi, che non tarda a regalargli due eredi, in un regno edificato sull'estorsione criminale dell'alta finanza e la ricerca sfrenata del piacere. Nello stile del suo 'personaggio-mito' le immagini di Scorsese, brillanti e smaniose, si rigenerano con una costanza continua e ad un ritmo incessante e travolgente, raccontando senza pudore l'oscenità bestiale del mondo della finanza. Scrupoloso ed efficente, il regista ci introduce l'universo degli operatori finanziari, un regno delirante e fuori controllo che fa fortuna a colpi di bluff e che pratica il piacere e il cinismo come fosse un programma quotidiano: feste popolate da spogliarelliste, prostitute, tiro del nano al bersaglio e scimmiette da fiera. Un'orgia senza fine e senza altra ragione se non quella di perseverare nel vizio del denaro e della droga. Un uomo impossibile da redimere che quando infine cade non ha che un'idea nella testa: ricominciare. In bilico continuo tra picchi di benessere e poi di crisi, ansiolitici ipnotici e droghe stimolanti, The Wolf of Wall Street agisce direttamente sulle pulsioni cerebrali dello spettatore, che rimane con una penna in mano a chiedersi come poterla vendere. La domanda nasce spontanea: Leo si porterà finalmente a casa questa benedetta statuetta??
martedì 21 gennaio 2014
THE COUNSELOR - IL PROCURATORE
Lo hanno definito un thriller erotico e raffinato ma mi aspettavo sinceramente di più da un cast “stellare” come questo e da un regista tanto acclamato quale Ridley Scott. Il film inizia con una conturbante scena di sesso e ciò fa pensare al meglio o più che altro al Fassbender che conosciamo (in Shame), ma poi si cambia subito registro e si ritorna nel caro vecchio Messico dei narcotrafficanti. Mi è sembrato di calarmi vagamente in un’atmosfera che mi ricordava il premiatissimo Traffic di Soderbergh, ma la sensazione è durata pochissimo: siamo ahimé forse più vicini alla brutta copia di Le Belve di Oliver Stone, che ne è esce sicuramente rinvigorito. “La storia è quella di un uomo che mette le mani su una montagna di soldi, dalla quale invece farebbe bene a stare alla larga”. Parole dello sceneggiatore Cormac McCarthy, lo stesso di «Non è un paese per vecchi», dal quale i fratelli Coen tirarono fuori un magistrale western contemporaneo con cui le somiglianze sono inevitabili: Javier Bardem sfoggia un'altra pettinatura impossibile, il Messico è sempre il luogo d’eccellenza per i narcos, e su tutta la vicenda aleggia una cappa di morte, intrisa di terrore e dialoghi surreali. E fin qui nulla di nuovo, se non fosse per i criminali che in questa pellicola si mettono a fare i filosofi e Cameron Diaz mi fa la coatta cattiva con unghie argentate e ghepardi al seguito, sfoderando spaccate erotiche su una Ferrari gialla e pronunciando frasi minacciose del tipo ‘sono famelica’. E’ veramente troppo (ridicolo). La trama la potete immaginare già dal trailer: tre loschi affaristi e un avvocato “perbene” implicato nei traffici del cartello della droga locale, subiscono gli effetti del furto di un carico di merce. Per una sfortunata coincidenza è proprio lo “sfigato” avvocato (Fassbender) ad aver avuto tra i suoi clienti il responsabile del furto, di conseguenza tutte le persone coinvolte con lui nell’affare diventano obiettivo di una repressione spietata, ma mentre i signori della malavita locale sono a loro agio con i meccanismi di una vita in cui la morte è all’ordine del giorno, l'ingenuo avvocato vorrebbe vivere come una persona “normale”, senza curarsi dei rischi di ciò in cui è invischiato, finché naturalmente la posta in gioco non sarà troppo alta. Non vi dico altro, ma perché non c’è niente altro da dire, nessun effetto speciale se non un improbabile Brad Pitt dagli occhi marroni lievemente imbolsito, e gli orrendi sandali di Penelope Cruz. Ridley Scott evidentemente può anche permettersi il lusso di "non mostrare". Ringraziamo per tanta accortezza e per averci risparmiato scene come il contenuto del DVD che riceve l’avvocato, ma già tutta l'atmosfera disseminata in tutto il film tra lussuosi interni moderni, hotel fatiscenti, bestie feroci lanciate nel deserto e racconti terrificanti ha lavorato a sufficienza e ciò che si intuisce è peggio di qualsiasi visione. Ci saremmo volentieri risparmiati qualche gratuita e superflua scena di violenza, o tutto quel glamour di cattivo gusto, a favore sicuramente di un maggiore impegno sullo sviluppo e contenuto della trama, che strizza l’occhiolino un po’ di qua e un po’ di là, ma alla fine non racconta niente. Voto 6+ (per la spaccata ovviamente)
Iscriviti a:
Post (Atom)









