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venerdì 6 giugno 2014

GRACE DI MONACO

Presentato in anteprima alla 67esima edizione del Festival del Cinema di Cannes come film d’apertura, Grace di Monaco, è stato accompagnato da numerose polemiche, sia dal punto di vista produttivo che dalla famiglia Grimaldi. Il produttore cinematografico ha definito la pellicola come “terribile”, ordinando un secondo montaggio e minacciando di non far uscire il film in America, mentre i figli di Grace Kelly, l'hanno giudicata un ritratto approssimativo e poco veritiero. Nonostante questo, a 32 anni dalla sua tragica scomparsa, il francese Olivier Dahan ha portato sullo schermo la storia di una delle più grandi icone dell’era moderna, scegliendo un anno particolare nella vita di Grace Kelly, il 1964, anno in cui la Principessa si trovò a un bivio cruciale: da un lato il suo mentore Alfred Hitchcock le offriva il ruolo della vita (ovvero la ladra bugiarda e frigida di Marnie), e dall’altro la sua famiglia e il principato di Monaco rischiavano di perdere tutto a causa di difficoltà diplomatiche con la Francia. Diva dall’elegante bellezza, musa e icona del maestro del cinema Alfred Hitchcock (che la definì “ghiaccio bollente”); premio Oscar a soli 26 anni, partner sullo schermo e nella vita di attori come Cary Grant e Clark Gable; icona di stile (tanto da meritarsi una borsa che porta il suo nome dalla casa francese Hermès - beata lei!) e infine sposa del principe Ranieri di Monaco: la vita di Grace Kelly è realtà che supera la finzione e non può non far gola a chi ama i racconti biografici. A interpretare Grace è Nicole Kidman, che per il ruolo si è immersa nella vita della principessa per ben cinque mesi studiandone ogni dettaglio (dalla postura al modo di parlare e camminare) e leggermente sgonfia del botulino a cui ci aveva abituato, è riuscita a portare con maestria ed eleganza gli sfavillanti abiti di Grace, perfetti e impeccabili così come la ricostruzione degli oggetti di scena e le splendide location, tra cui il Palazzo Reale di Genova. Ad affiancare la Kidman ci sono un apprezzabile Tim Roth, nel ruolo di Ranieri, un’affascinante Paz Vega, che interpreta una moderna Maria Callas, e Frank Langella, chiamato a raffigurare Padre Tucker, prete americano confidente della principessa. Di solito amo i film ispirati alle biografie, alle belle storie di vita ma nel film di Dahan ci troviamo di fronte ad un film di finzione e non un biopic (dalla contrazione di biographic picture, appunto film biografico) e la vita già da romanzo di Grace Kelly viene trasformata in un thriller di spionaggio, in un film su colpi di stato e in un dramma domestico. Eppure c’era così tanto da raccontare su di lei, mi chiedo perché ingarbugliare la storia a suon di politica e drammi famigliari irrisolti. La principessa sembra una figura a metà tra la Signora in giallo e una miss di un concorso di bellezza che grazie ai suoi discorsi sulla pace e sull’amore salva intere nazioni. La regia che indugia con insistenza sul volto della Kidman (non so a che scopo), la fotografia da fiction televisiva e la riduzione a semplici macchiette di figure storiche di spicco come Maria Callas, Alfred Hitchcock e Charles De Gaulle non aiutano la causa e rendono il tutto un po’ uno spaccato di un giornaletto di gossip dal parrucchiere. Che peccato!

venerdì 7 febbraio 2014

PHILIP SEYMOUR HOFFMAN - BIOGRAFIA

Il 2 febbraio scorso è deceduto l’attore Philip Seymour Hoffman, trovato privo di vita nella sua abitazione nel quartiere di Manhattan, con una siringa infilata nel braccio. Una scena piuttosto agghiacciante quella in cui si sono imbattuti gli agenti, entrando nel suo appartamento del Greenwich Village, al 35 di Bethune Street. E muore così, all’età di 46 anni, una leggenda del cinema, premio Oscar come miglior attore protagonista nel 2005 per il ruolo di Truman Capote in “A sangue freddo”. La generazione più giovane associa il suo volto al personaggio dell’inquietante Plutarco Heavensbee di Hunger Games, ma Hoffman ha saputo conquistare tutte le fasce di spettatori diventando uno degli attori più amati d’America. Il New York Times lo considerava “uno dei migliori attori della sua generazione” . In molti lo avevano già notato prima di quel premio, almeno a partire dal 1998, l’anno di film come Il grande Lebowski, Happiness, Patch Adams. A cui hanno fatto seguito Il talento di Mr. Ripley, Onora il padre e la madre, capolavoro di Sidney Lumet, e molti, molti altri ruoli in cui Hoffman ha dimostrato di avere un talento speciale che gli è valso altre tre nomination come attore non protagonista. Io l’ho conosciuto e apprezzato in “I love Radio Rock”, film meno citato tra i suoi più importanti, ma a me è piaciuto tantissimo e ve lo consiglio. Nella sua vita purtroppo non c’erano solo successi. Recentemente aveva ammesso la sua dipendenza da droga e alcol in età giovanile. Si era disintossicato in un centro di riabilitazione e diceva di essere “pulito” da 23 anni. Ma evidentemente non era così. Hoffman è morto per sospetta overdose. Alcuni mesi fa aveva raccontato in un’intervista di aver sviluppato una dipendenza da un farmaco che lo aveva portato di nuovo all’eroina, ma era riuscito subito a disintossicarsi. Era sposato con la costumista Mimi O’Donnell, conosciuta nel 1999, e aveva tre figli: Cooper Alexander, 10 anni, Tallulah, 7, e Willa, 5. Pochi giorni fa era al Sundance Film Festival a presentare i suoi ultimi film: God’s Pocket, e A Most Wanted Man, mentre aveva già girato i due nuovi capitoli di Hunger Games - Il canto della rivolta, già programmati nelle sale italiane a novembre 2014 e 2015. Insomma il lavoro e gli impegni professionali non mancavano di certo. Forse la debolezza di certi attori è proprio nel non saper reggere il peso della notorietà e non saper reagire allo stress che alcuni ruoli comportano. Fino a quando non vengono poi tirati in ballo i gusti sessuali o la dipendenza da droghe e alcol. Oggi, infatti a pochi giorni dalla sua scomparsa esce un giallo sulla sua presunta omosessualità. I detective della Narcotici di New York sono risaliti a una casa modesta di Mott Street, un chilometro dall'appartamento in cui, domenica sera, Philip Seymour Hoffman era stato trovato dal presunto amante David Bar Katz. Lacerato dalla sua doppia identità sessuale: compagno della sceneggiatrice Mimi o'Donnell (madre dei loro tre figli) e partner gay dello sceneggiatore Katz, sembrerebbe che il divo l'avrebbe fatta finita. «Non pensavo che la sua dipendenza fosse a quel punto. Ero l'amante gay di Philip», ha detto il compagno, salvo poi smentire tutto a distanza di qualche ora. Sessualmente confuso, o meno, al 302 di Mott Street, gli investigatori hanno rinvenuto 350 dosi per lo spaccio di strada e hanno arrestato i pusher del premio Oscar. Una magra (e macabra) consolazione per un grande talento che ora non c’è più.