mercoledì 28 marzo 2018

OLTRE LA NOTTE



…Una pioggia incessante bagna le strade di una tragica notte ad Amburgo e riga il volto pieno di lacrime di una donna che ha appena assistito alla tragedia più atroce: la morte del figlio e del marito (di origine turca), esplosi nell’ufficio dell’uomo a causa di una bomba. Inizia così l’ultima pellicola firmata da Fatih Akin (non a caso regista tedesco di origini turche) e da quel momento in poi non ci verrà risparmiato nulla del lacerante percorso della protagonista: dall’ingiustizia subita alla giustizia negata, passando per l'inesorabile desiderio di morire e il più vile odio razziale, tutti fardelli che regge sulle spalle una ‘gigantesca’ Diane Kruger, meritandosi a pieno titolo il premio come miglior attrice al Festival di Cannes.

“Katja”, rimane sola a confrontarsi con la giustizia, con uno Stato che non esiste e l'idea della vendetta in mano, che è l’unica cosa che le resta per sopravvivere. La sua non è una storia vera, ma il regista ha fatto riferimento ai brutali fatti avvenuti tra il 2000 e il 2007 in Germania, in cui alcune persone  di origine non tedesca, furono vittime di vere e proprie esecuzioni, per mano di attentatori di estrema destra. Nonostante questo richiamo però, la pellicola non vuole indagare l’aspetto politico o legale della vicenda (sebbene in parte ci si dedichi), né il tema dei pregiudizi morali e culturali, seppur evidentemente presenti nel dipanarsi dei fatti, piuttosto ci fa entrare nella dimensione privata di una famiglia distrutta, che aveva tutte le carte in regola per vivere un presente tranquillo e non dava fastidio a nessuno. Risulta ancora più ingiusto e insensato capire le ragioni di un simile atto, e il senso di rabbia e la frustrazione che pervadono in maniera invasiva tutti e 3 i ‘capitoli’ del film “Famiglia-Giustizia-Mare”, ti rendono partecipe dell’atroce dramma di questa donna, che si tatua il dolore nel corpo e si trascina un giorno dopo l’altro invocando un’acre vendetta, come l’eroina noir di un revenge movie. Il modo in cui terminerà il suo calvario, fa pensare a quanto siamo tutti potenziali giustizieri, se colpiti violentemente nel profondo degli affetti.

Katja è una donna che non ha più scelta: non ha soluzioni né una vita da vivere, non può far altro che accoccolarsi davanti a un mare di ricordi e cercare di affogare il proprio dispiacere in un modo che solo lei può immaginare. Non si può rinunciare all’autenticità di una vita vissuta nell’amore se non con l’atto più terribile (e temibile), ma che in fondo gli perdoniamo perché quella famiglia non c’era già più, distrutta da un odio razziale mediocre e cieco.

mercoledì 2 marzo 2016

ATTUALMENTE AL CINEMA.... MAD MAX FURY ROAD, LA CORRISPONDENZA, THE DANISH GIRL, THE REVENANT, PERFETTI SCONOSCIUTI

Classifica degli ultimi film visti al cinema, in base al mio ordine di gradimento.

MAD MAX FURY ROAD
Una bella sorpresa: vado al cinema per vedere altro ma (per fortuna) sono finiti i posti. E scopro che questo film è di nuovo nelle sale perché ha ricevuto ben 10 nomination agli Oscar 2016. 
Il quarto capitolo della saga "Mad Max" di George Miller non è un remake ma un reboot (ossia un rifacimento), e dunque una rivisitazione della celebre saga sci-fi di culto ambientata in un devastato futuro post-apocalittico e, a mio avviso uno dei migliori film d’azione degli ultimi anni. Tralasciando la ‘figaggine’ (passatemi il termine) dei due protagonisti: un Tom Hardy super sexy e tenebroso, e una “Furiosa” Charlize Theron sempre assai lontana dal diventare brutta (anche senza un braccio e con la faccia ammaccata), Mad Max ti lascia col fiato corto.
Lunghi inseguimenti mozzafiato a bordo di auto, moto e cisterne modificate in mezzo alle dune e alle tempeste della Namibia, personaggi pazzi e mostruosi che al solo ricordo c’è da non dormire la notte, morti truculente ed esplosioni. Selvaggio, spietato, ironico a tratti, assordante, oltre alla spettacolarità delle scene d’azione, da risalto e importanza ai ruoli femminili: le donne hanno un ruolo primario e rappresentano la via di salvezza. Da non perdere, anche per chi non ha visto i precedenti.

LA CORRISPONDENZA
Fotografia di Fabio Zamarion ricca di suggestioni e colonna sonora affidata ad Ennio Morricone, atmosfere metalliche e stellari, sono la punta di diamante dell’ultima fatica di Tornatore, le cui immagini rimarranno ben impresse nella vostra memoria. Un po’ meno forse una storia che appare improbabile e un film che offre (e soffre) una trama a tratti troppo barocca. 
Una caccia al tesoro emotiva che ogni giorno completa, come in un puzzle, un progetto degno di un genio della scienza e della comunicazione. Bisognerà capire se si ci troviamo davanti ad un amore che vuole sfidare l’eternità o solo ad un macabro ‘piano marketing’ di un cinico narcisista che desidera mantenere il suo potere oltre la morte. 
Un legame sentimentale molto forte, che assomiglia molto di più a una manipolazione affettiva, quello tra il professore di astrofisica Ed e l’incantevole studentessa “Amy-Kamikaze” (soprannominata così per le sue passioni a dir poco rischiose): una ‘corrispondenza d’amore’ che sfiderà la distanza e poi anche l’aldilà. Tornatore predispone, illumina e allestisce ogni scena, e ha sempre il merito di ingenerare nel pubblico quell’alone di mistero che è il fondamento di ogni sua pellicola, e che ci fa sempre sperare in chissà quale avvincente epilogo (e invece no). Esteticamente perfetto: come la protagonista Olga Kurylenko, che stordirebbe chiunque con la sua bellezza e con la forza della sua gioventù. Figuriamoci un affaticato ma sempre intenso Jeremy Irons.

THE DANISH GIRL
Eddie Redmayne può fare qualsiasi cosa…anche essere perfettamente una donna. La dolcezza ed espressività del suo volto lo permettono. 
Questa volta però l’Oscar se lo prende di tutto rispetto Alicia Vikander, miglior attrice non protagonista. Strameritato. E’ lei a sopportare tutto il calvario di un marito che di maschile ha solo il nome, a camminare al suo fianco prima in veste di compagna e poi di migliore amica. Fino alla fine. Adoro le storie vere, quelle che in effetti non ti risparmiano per niente la realtà per quella che è. Brutale e scioccante. Ecco così che ne esce un film dalle atmosfere  cupe, inevitabilmente triste. Ti sbatte in faccia la vastità e disperazione di un disagio come quello di non riconoscersi nell’abito che indossiamo, in un’epoca in cui sentirsi diversi significava essere considerati malati di mente. La ricerca disperata di se stessi, contro ogni forma di convenzione, al rischio della vita stessa. Terribilmente realistico, ma al netto della sofferenza, non risulta troppo commovente. Che strano. 
Forse il regista si è talmente impegnato ad evitare scene forti o scabrose e a mantenere una certa dose di garbo, che ci ha risparmiato ahimè anche un bel po’ di pathos…ma gli attori bravi e giovani salvano le sceneggiature deboli.

THE REVENANT
Se questa volta non avessero dato l’Oscar a Di Caprio, credo che l’avremmo trovato a vendere hot dog sulla spiaggia. Dopo tutta questa faticaccia al “trucco e parrucco”, al freddo e al gelo, e anche al buio (le riprese sono state girate solo con luce naturale), credo che un riconoscimento fosse doveroso a questo punto della sua carriera.
Film lento, lungo, tre parole in tutto. E non si capisce bene in che genere siamo incappati: un western, un biopic, o forse una nuova saga di un supereroe nel selvaggio west (ogni tanto spuntano gli indiani). Ritroviamo anche il sexy Tom Hardy irriconoscibile in versione cacciatore, con una interpretazione forse più convincente ed empatica del sofferente (highlander) Leo. La natura è la vera protagonista, la fotografia di Emmanuel Lubezki “spacca”, nel senso che esce dallo schermo e ti fa sentire freddo, paura, angoscia. La scena dell’aggressione dell’Orso è fatta benissimo. Inarritu è un esteta, ha una regia che rasenta la perfezione maniacale, ma il tutto risulta comunque un po’ asettico. Premiati tutti meno che il film (migliore attore, regia, fotografia). Mi sembra giusto. Da vedere non più tardi delle 20 mi raccomando.

JOY
Premesso che di mocio non ne capisco granché, ergo devo esimermi da un’eventuale empatia da casalinga disperata, mi piacciono questi film americani dove c’è sempre il lieto fine e tutti possono diventare quello che vogliono. Stesso regista de Il lato Positivo infatti, stessa protagonista. Stesso happy ending assolutamente irrealistico (ma si sa agli americani piace strafare). La storia che ci racconta questa volta (anche se romanzata al 50%), è quella di Joy Mangano, regina delle televendite e inventrice del Miracle Mop, la magica scopa per pulire i pavimenti. E se questo non ci interessa tanto, la sua bizzarra famiglia e la ricostruzione perfetta di quel periodo, nell'atmosfera anni '80 della provincia depressa e dello strabiliante mondo della TV commerciale, rendono il film decisamente ben confezionato, visto che siamo in tema di vendite di prodotti. Se non altro perché c’è una celebrazione corale della donna: a parte l’ormai consacrata Jennifer Lawrence, troviamo l'inossidabile Diane Lane (magnifica nel ruolo della nonna Mimi), l’italiana (?) Isabella Rossellini e Virginia  Madsen. Evviva le donne, che tutto possono, anche con una scopa in mano.


PERFETTI SCONOSCIUTI
Campione d’incassi dopo Checco Zalone. Eccoci qua. “Perfetti Italiani direi”. Commediola brillante, simpatica, qualche buona battuta, risate (molto) amare. Un cast di tutto rispetto che tiene alta l’attenzione. Ah c’è anche lo sliding doors
Probabilmente il segreto di tanto successo è che si sono tutti immedesimati nei personaggi e l’effetto catartico ha fatto una scia di proseliti bisognosi di fare outing…o semplicemente era tanto tempo che non si vedeva una bella commedia all'italiana, con qualche riflessione degna di una buona sceneggiatura. In ogni caso i film che si svolgono tutto il tempo seduti a tavola, mi sanno tanto di terapia di gruppo e allora non lo so, mi annoio. Tutto quello c’è da sapere nella scatola nera dello Smartphone è assolutamente attuale, ma ahimè poco originale. Potete tranquillamente aspettare di vederlo in TV. Se poi volete cogliere l’occasione per rivelare la vostra doppia vita, allora è un altro discorso.


martedì 19 gennaio 2016

QUO VADO

Sono andata anche io a vedere Zalone. Ebbene si. Non perché avessi una pistola puntata alle tempie, né perché mi pagavano per dire la mia, ma volevo dirla lo stesso. In fondo il successo alla fine si basa anche sul tam tam. Vado perché sono curiosa. Ed in ogni caso per poter dire che un piatto di spaghetti è scotto o al dente, lo devi comunque assaggiare. 
In realtà non avendo mai visto un suo film, la mia sembrava una presa di posizione statica e prevenuta, dovuta al fatto che la sua faccia ha una mimica che mi stanca subito. O forse la sua comicità è lontana anni luce dalle commedie che ho amato di più, che fanno parte di una tradizione romana per me inimitabile: quella di Carlo Verdone. Un sacco bello. Bianco Rosso e Verdone. Borotalco. Acqua e Sapone. Troppo Forte. Compagni di scuola. Viaggi di nozze. E molti altri che hanno segnato un’epoca e identificato uno stile nella commedia brillante all’italiana. Per me non c’è storia. Poi possiamo anche parlarne.
Devo essere sincera: il film è divertente, non è in alcun modo assimilabile a un Cine panettone (tanto per citare un genere popolare e di successo) – né si deve pensare che sia per gente incolta come vorrebbero far pensare i detrattori. La sceneggiatura si regge su dialoghi e tempi comici non banali e su una maschera che, pur non piacendomi, possiede obiettivamente una sua originalità e anche una forza espressiva spumeggiante. Il posto fisso poi. Fare un film sull’italiano medio, l’impiego pubblico e la foto di una stagnante politica ministeriale che non ci tiene a cambiare le cose e le persone. Si può essere più furbi? Direi che un merito va riconosciuto solo per avere riabilitato ciò che di più banale e consacrato abbiamo come materia prima, in una rinascita civile ed edulcorata anche dell’uomo più mediocre.
Tralasciando inopportune (e ambiziose) analisi sociologiche che lo vorrebbero come un fenomeno di costume, questo film racchiude ciò che per molti è il vero senso del cinema: ossia l’intrattenimento puro, inteso come passare del tempo facendosi quattro risate. Sacrosanto direi. Certo per chi ne capisce un po’ di più e fa del cinema il suo pane quotidiano, la risata va un po’ stretta se non si può apprezzare altro. Potrei segnalare che l’impressione è che sia una pellicola che va di corsa come un video clip, le cui scene in alcuni casi sembrano volutamente abbozzate con un ritmo sincopato che cela una trama un po’ debole, ma mi fermo qui, perché poi sembrerebbe che ci sia da puntualizzare qualcosa di tecnico, che invece forse ha poco valore dal punto di vista del montaggio e tutto sommato non interessa a nessuno. 
Terminiamo qui tutta questa disputa intorno all’enorme (e inspiegabile?) successo al botteghino di Quo Vado, segnalando che spesso trascuriamo il fatto che il successo a volte sia una mera operazione commerciale: quando un film incassa così tanto, è anche perché dietro c’è anche un’iniziativa imprenditoriale di tutto rispetto, e perché non tutti stanno lì ad aspettare il capolavoro. Noi siamo l’Italia di Checco Zalone, che ci piaccia o no, quindi perché la gente non dovrebbe andare a vederlo?
Zalone è un fenomeno di questi tempi si. Una macchina da guerra per risate in tempi di spending review. Ma lui le olive greche se le sogna.. e pure Lucio Dalla. 

venerdì 8 gennaio 2016

MACBETH


Se non fosse per l’intensa espressività di Michael Fassbender, che comunica con il solo sguardo la metamorfosi del suo personaggio (e che con un bagno nelle acque torbide e gelate della Scozia  vale da solo il prezzo del biglietto), sarebbe difficile digerire un tale “polpettone”: un ibrido poco convincente a metà strada tra 300 e Braveheart.
Deduco sia alquanto complicato ridurre la trama di uno dei capolavori di Shakespeare, e il regista Justin Kurzel cerca di riportare fedelmente sul grande schermo l'intera storia, conservando nella loro interezza (e complessità linguistica) i dialoghi shakespeariani: ma che fatica seguire! 
Purtroppo questo contributo si limita alla messinscena della tragedia shakespeariana, in una Scozia selvaggia e arida, che sembra l’anticamera dell’inferno: per il resto l'adattamento è talmente fedele e devoto al testo da risultare convenzionale e poco originale e, nonostante sia viva e fiammeggiante un’estetica impeccabile, questa di certo non semplifica la complessità dialogica dell’opera teatrale.
Non mi soffermerò particolarmente sulla trama, che vi consiglio di approfondire se avete intenzione di vederlo (per amanti di Shakespeare s’intende), ma è interessante invece cogliere l’aspetto umano (o “disumano” sarebbe il caso di dire) del personaggio Macbeth che, da valoroso condottiero cede alla propria sete di potere per seguire la profezia che lo ha indicato come il futuro re di Scozia, fomentato da una moglie ambiziosa e senza scrupoli che lo porterà ad impazzire e a trasformarsi in un mostro assettato di sangue.
Un’ ascesa al trono che peserà non poco sulle coscienze dei due protagonisti, con l’uccisione del re in carica, e che invocherà una serie di ulteriori delitti sempre più efferati, poiché l’uomo, divorato da dubbi e paure (e tormentato da visioni inquietanti) vedrà  ostacoli in chiunque e cercherà di eliminarli uno ad uno.
Magnetica l’interpretazione di Marion Cotillard, nella parte di Lady Macbeth, moglie dalla maternità frustrata, il cui volto apparentemente angelico cela un'anima corrotta e contaminata dal male, e il cui obiettivo primario è manovrare il marito come una marionetta.
Dal punto di vista della tecnica e dell’estetica, l'utilizzo della slow motion nelle sequenze di battaglia, la desaturazione dei colori, la studiata lentezza dei movimenti contribuiscono in misura essenziale a rafforzare il sanguinario percorso di Macbeth e restituiscono sicuramente una sorta di dignità all’opera; ma l’azione, tra studiati rallenty e virtuosismi scenici, non concede spazio alle emozioni che risultano addomesticate in una sceneggiatura troppo rigida con una ridondanza verbale eccessiva, impantanandola in un prodotto troppo ‘formale’.
Il senso di inevitabile e tragica astrazione dalla realtà, l'ossessione per il potere che si manifesta in sete di distruzione, il Castello che sembra evocare una prigione dell’anima, la foresta di Birnam, che nel finale 'avanza' contro Macbeth: sono tutti segnali che la figura umana si è dissolta definitivamente, mentre si spalanca un inferno di fuoco e di sangue, ma tolto questo aspetto “fantasy” rimane ben poco. E nell'epilogo, durante il duello conclusivo fra Macbeth e il suo giustiziere Macduff, i filtri rossi della fotografia imprimono il carattere di un'opera coraggiosamente visionaria ma troppo essenziale. Scarno. 

martedì 5 gennaio 2016

CAROL



Seduta da sola in Auditorium per l’anteprima mondiale alla Festa del Cinema di Roma, ho avuto la fortuna di vedere Carol in lingua originale e di apprezzarlo insieme a tante persone che, come me, non finivano di applaudire alla fine della proiezione. Sono quelle storie che ti rimangono appiccicate addosso anche quando in sala si spengono le luci.
Pensavo di trovarmi davanti all'ennesimo film sull'amore saffico, sulla scia di una tendenza cinematografica ormai più o meno consolidata -  da La vita di Adele a Freeheld -  ma Carol è molto di più. E stupisce in che modo delicato il regista Todd Haynes abbia saputo regalarci uno spaccato femminile impeccabile, che non cerca mai di gridare allo scandalo né tanto meno di raccontare dispute civili o politiche, perché le conquiste di cui parla vanno bel oltre l’ipocrisia dell’epoca e hanno a che fare con la dignità, il coraggio e la forza che solo certe donne meravigliose possiedono.
Acclamato all’ultimo Festival di Cannes dove ha meritato il premio per l’interpretazione di Rooney Mara, il film esce oggi in Italia, proprio alla vigilia dell’attribuzione dei Golden Globes ai quali concorre con cinque nomination ed è ispirato al romanzo The Price of Salt di Patricia Highsmith, pubblicato nel 1952 e naturalmente censurato: un testo che mise a dura prova il perbenismo borghese di quel periodo.
L’incontro fra le due donne è indimenticabile, a pochi giorni dal Natale del 1952, intimo e delicato come quei rari momenti nella vita in cui ci si riconosce negli occhi dell'altro ed il tempo sembra fermarsi: entrambi gli sguardi delle protagoniste si soffermano su un trenino giocattolo che passa oltre le montagne di cartone, in un grande magazzino di una New York fumosa e un po' rétro. Da una parte la sofisticata e apparentemente algida Carol, madre sull'orlo del divorzio, in cerca di un regalo per sua figlia (sposata con un uomo che evidentemente non accetta la sua omosessualità), e dall’altra Therese, giovane e fragile commessa indecisa persino su cosa ordinare a pranzo.
Si osservano, si scrutano, e il regista non ci risparmia le continue riprese sui loro sguardi, ed è proprio appoggiandosi sui loro occhi che percepiamo l'infelicità sorda di Carol, una donna matura ma malinconica, e l'irrequietezza acerba di Therese, unite da un’inconsapevole e coraggiosa sfacciataggine che le farà osare spingendosi ben oltre l'amicizia. E Haynes non smette di mostrarci l’inquietudine e il sapore di questa scoperta, che passa tra le corse in auto e la fuga negli hotel, in un viaggio che ha ben poco di avventuroso e romantico se non il tentativo maldestro di vivere disperatamente l'amore in tutte le sue sfaccettature. E sembra quasi che l'aspetto rilevante non sia la passione per un’altra donna, quanto piuttosto rafforzare la propria dimensione, e portare avanti la lotta che Carol ingaggia con sé stessa, per non perdere tutto pur cercando di restare fedele alla sua audace natura anticonformista.
Volutamente claustrofobico, nel film ciascun personaggio è segnato dal luogo in cui è confinato, Carol nella sua grande villa di un sobborgo benestante, Therese nel suo piccolo appartamento in città, come se le protagoniste non avessero altra vita che quella concessa dal luogo in cui vivono.
Eppure la ricerca spasmodica di un’identità soffocata, l’inesauribile carica emotiva di due donne così diverse eppure così vicine, le porterà ben più lontano di quello che avrebbero sperato, superando ostacoli che sembravano insormontabili e inseguendo passioni e ambizioni che le condurranno su un cammino che  le vedrà protagoniste di un nuovo destino. Troneggia un’intensa e sensuale Cate Blanchett, irrequieta come le sigarette che fuma, in un film elegante e raffinato che trasuda magia e sentimento. Viscerale.

giovedì 15 ottobre 2015

INSIDE OUT - Emozioni fuori di mente



INSIDE OUT, ultima deliziosa fatica della PIXAR, è un film delicato e ironico, permeato di quella gioiosa leggerezza infantile che commuove, ma assolutamente profondo da scavare con sapiente maestria e toccanti pillole di magia, negli abissi della mente di una bambina di 11 anni.
Riley è una ragazzina felice: vive con i suoi genitori nel Minnesota, si divide tra l’amica del cuore e l’hockey, insomma nulla sembra turbare la sua quotidianità, fino a quando la sua famiglia non sarà costretta a trasferirsi a San Francisco, gettandola nello sconforto totale.
Quello che avverrà nella roccaforte - non ancora salda - delle sue emozioni è tutto una rocambolesca scoperta e una meraviglia per noi spettatori.
Ci vuole davvero una fertile potenza d’ingegno e un raro talento creativo, per dare voce e corpo alla Gioia, alla Tristezza, alla Rabbia, alla Paura e al Disgusto e farli diventare (coraggiosamente) i veri protagonisti della storia, davanti a una consolle dei sentimenti sempre in bilico tra fazioni opposte e con un realismo impressionante.
Joy: solare, positiva e coraggiosa è la leader indiscussa del team (quella che preme i pulsanti per intenderci) ma se la deve vedere con Anger, sempre pronto a litigare, o con Fear, impaurito e inerte, o con Disgust sempre svogliata e infastidita, e ancor di più si trova a combattere con la radicata malinconia di Sadness, che inevitabilmente sembra remare contro l’energia del gruppo.
Il loro equilibrio verrà messo a dura prova dal cambiamento, dal subconscio, dai sogni, dal pensiero astratto, dal turbamento causato dalla fase di assestamento che sta vivendo la nostra giovane protagonista. Nel cammino alcuni ricordi resisteranno, altri spariranno risucchiati da un'aspirapolvere che nel fare il "cambio di stagione" deve dare spazio al nuovo.
Riusciranno i nostri Action Heroes dell'emotività a trovare una soluzione?
In questo difficile percorso non mancheranno incontri bizzarri con personaggi preziosi come Bing Bong (gatto, elefante e delfino insieme), una creatura immaginaria generata dalla fantasia: rosa e soffice come zucchero filato, guiderà Joy e Sadness dentro i sogni e gli incubi di Riley, sino a farsi da parte al momento opportuno. I tratti dei personaggi sono realizzati in maniera così efficace che già dalla locandina è possibile  coglierne subito la natura: non a caso Tristezza (Sadness), è blu, tonda e occhialuta, ma talmente goffa e simpatica che alla fine non potrete che adorarla.
La sua resistenza alla felicità, la sua pigra indolenza, sono solo apparentemente d’intralcio ma ci danno la misura di quanto sia importante essere (anche) tristi per poter vedere le cose da una prospettiva diversa.
Trovare un senso a ciò che ci fa soffrire è necessario e fa parte del processo personale di crescita, così come è impossibile nascondere la propria infelicità e tentare di soffocarla, prima o o poi farà sentire la sua voce.
Il senso del film è proprio questo, incoraggiare il pensiero positivo: nonostante la vita ci metta a volte a dura prova, non bisogna mai perdere la speranza perché prima poi Joy tornerà a prendere in mano i comandi. E Sadness sarà la sua più potente e fedele alleata.

venerdì 5 giugno 2015

YOUTH - LA GIOVINEZZA



I film di Sorrentino sono così: si esce dalla sala costernati, come quando ci si sveglia bruscamente da un sogno popolato da personaggi eccentrici, la cui esistenza sembrerebbe alquanto insignificante; vanno  metabolizzati a lungo e rivisti almeno un paio di volte, per godere a pieno di tutte le sfumature e per ascoltare con attenzione i dialoghi apparentemente insensati.
“Le emozioni sono sopravvalutate” afferma il protagonista, e lo sono così tanto da farle fuori dalla propria vita…ma è davvero così?
Fred Ballinger (interpretato dal bravo e longevo Michael Caine) è apatico e annoiato quanto Jep Gambardella: direttore d’orchestra in pensione, è un uomo che non ha più interesse per nulla, guarda indietro al passato ma nello stesso tempo lo rifiuta; non ha voglia di tornare a dirigere, respinge ogni proposta di scrivere, non ha un bel rapporto con la figlia (un simpaticone insomma). Dall'altra parte della barricata invece, il caro “vecchio” amico di sempre Mick Boyle (Harvey Keitel), un anziano regista ancora in cerca di consacrazione, aggrappato saldamente al passato, forse anche troppo. E poi tanti personaggi che si ritrovano in un lussuoso albergo di budapestiana memoria ai piedi delle Alpi, a vivere il proprio tempo con leggerezza, la stessa leggerezza, che in fondo, si farà mal di vivere e perversione.
Gli ospiti che abitano questo set onirico sono lì proprio per restituirci il senso delle emozioni: il potere del desiderio che permette al monaco tibetano di liberare la sua testa dalle leggi della fisica, la nostalgia per il passato del più grande calciatore della storia (un finto e se possibile ancor più sfatto Diego A. Maradona); un intenso Paul Dano nei panni del tormentato Jimmy Tree, il divo di supereroi che viene screditato da una tagliente e infinitamente bella Madalina Ghenea (Miss Universo); una figlia impegnativa, Lena, interpretata da un'ammaliante Rachel Weisz che, come tutte le donne ferite dall’amore, non aspetta altro che di lasciarsi andare nelle braccia di un campione di free climbing. Insomma ognuno cerca a suo modo uno spiraglio di felicità.
Youth è un film sulla la sacralità della giovinezza perché elogia la vecchiaia come un tempo maturo, un omaggio scomodo alla nostalgia che ogni tanto ti viene a cercare e ti obbliga a riflettere, sul tuo passato e sui giorni che restano. Anche in questa pellicola lo stile sorrentiniano è inconfondibile: onirico, visionario, barocco, irrimediabilmente lento e alla fine ineluttabilmente triste. O lo ami o lo odi, non ci sono vie di mezzo. I suoi frame sono quadri, o ti struggono e lasciano il segno o ti lasciano indifferente, è inutile discutere sulla mancanza di trama e sulla debolezza del soggetto. Non è questo il punto. Il punto è che la musica irrompe sulle scene, quasi quanto è dirompente la fotografia. E che un padre e una figlia riescono a dirsi quello che non si sono mai detti. Il punto è che il talento visivo del regista è indiscutibilmente suggestivo. “Tutto dipende da come metti il cannocchiale. Da che lente usi per guardare il mondo”. Lo stesso vale per questo film, usate tutti i vostri sensi e lasciatevi guidare. Vi piacerà.

mercoledì 4 febbraio 2015

EXODUS - DEI E RE



Christian Bale, per me è l'attore del secolo: camaleontico, eclettico, intenso, può interpretare qualsiasi parte in maniera eccelsa e restituire dignità ad un prodotto, considerato abbastanza mediocre dalla stampa.
Il film di Ridley Scott, che si ispira (molto liberamente), all'Esodo, il secondo libro dell'Antico Testamento, è un'opera in parte scomposta e disallineata forse con quelle che erano le aspettative che lo volevano come una rivisitazione de ‘I Dieci Comandamenti’, ma d’altro canto un regista opera con un approccio creativo e artistico assolutamente personale, quindi il rischio di esporsi alle critiche cresce maggiormente, man mano che ci si allontana dalla pura imitazione.
Exodus è un kolossal epico e già il genere di per sé fa pensare al peso di un prodotto che non può che essere eccessivo, sfarzoso, ridondante di eventi e fitto di misteri, intrecci, per non parlare poi del femmineo “trucco & parrucco” dei Consiglieri egiziani. 
La prima parte è sicuramente più lenta e descrittiva e racconta la storia di Mosè (Christian Bale) alla corte d'Egitto, amato dal Faraone Seti (John Turturro) e inviso a Ramses (Joel Edgerton), che vede in lui un rivale per la futura ascesa al trono, fino a quando dello sfortunato 'fratello acquisito' non vengono scoperte le vere origini, ebree, e lui viene esiliato nel deserto. Il successivo incontro con Dio, che ha le fattezze di un bambino (cattivello e capriccioso a dire il vero), lo esorterà a tornare in Egitto a reclamare i diritti del suo popolo. 
La seconda parte, invece, è molto più avvincente e senza pause, con un ritmo incessante in cui si passa dalle piaghe d'Egitto che si abbattono in maniera apocalittica sul popolo - in assoluto la cosa più sorprendente del film, che sembra quasi assumere dei connotati horror/catastrofici - alla rocambolesca fuga attraverso le acque del Mar Rosso, culminante in un suggestivo e pericoloso passaggio, al quale il regista affida un'impronta più terrena e realistica scatenata dalle maree e non da un miracolo (cosa che non mi aspettavo). 
Mosè più che un profeta, è un generale, un condottiero tanto carismatico quanto tormentato e pieno di dubbi, che si lascia andare anche a qualche parentesi romantica, che gli concediamo volentieri, considerando la bellezza esotica di Maria Valverde (la sua sposa). 
Il male è sempre vicino, così come la fede incarnata da un bambino, che rappresenta la purezza, la fanciullezza e l’inizio di un percorso che ammette l’esistenza di un dialogo tra l’uomo e Dio. Ritroveremo il “simpatico” fanciullo sul monte Sinai che esorta un ormai anziano eroe a incidere su tavole di pietra le leggi di Dio nei Dieci Comandamenti, mentre gli ebrei continuano il loro cammino. Quando vai a scomodare la Bibbia, qualche critica te la devi aspettare. Coraggiosamente ispirato.

venerdì 30 gennaio 2015

GONE GIRL - L'AMORE BUGIARDO


Questa storia di tradurre i titoli dei film, equivocandone il senso, è proprio una brutta abitudine: il punto focale della storia non è un “amore bugiardo” (che suona anche male) ma una moglie che sparisce misteriosamente e non si fa trovare. Detto questo, non è facile comprendere, se si tratta di una pellicola assurda e inverosimilmente confezionata ad arte, o di una perfetta macchina di genere impersonificata da una diabolica (e bellissima) Rosamund Pike.
Gone Girl, diretto da David Fincher è tratto dall’omonimo romanzo di Gillian Flynn, subito diventato un best seller e trasposto per il cinema dallo scrittore stesso e devo ammettere che è un thriller ben fatto, ipnotico, dall'atmosfera cupa, dai colori ‘freddi’, diretto magistralmente e ben fotografato nella provincia americana, di cui riproduce vizi e virtù. La storia narra di una giovane coppia trasferitasi da poco  in una piccola cittadina del Missouri da New York, Nick Dunne (Ben Affleck) e la moglie Amy (Rosamund Pike), che stanno  attraversano un periodo difficile, con un matrimonio in crisi per via della difficoltà della donna ad abituarsi alla nuova esistenza e a causa di una vita a due sempre più inesistente. Ben Affleck ‘in ombra’ per gran parte del film, non può che essere un partner perfetto,  con quel suo sguardo perso nel vuoto e questa volta quasi credibile nel ruolo del marito inetto e insensibile. 
Il giorno del quinto anniversario di nozze, Amy scompare e il primo ad essere sospettato della sua scomparsa è proprio Nick che si troverà suo malgrado coinvolto in una fitta macchinazione di eventi.
Amy lascerà in giro un diario fatto appositamente per essere trovato e preceduto da una serie di indizi e  fatti che accuseranno inevitabilmente Nick, sospettato, così, del presunto omicidio della moglie. I media si accaniranno in maniera brutale su questa vicenda e di volta in volta i personaggi diventeranno preda e carnefice, scambiandosi i ruoli; ma chi sia veramente Nick, che non sa quasi nulla della moglie e chi sia Amy che scrive così tanto, non lo sapremo mai nemmeno vicini alla conclusione. Dire poi se si siano mai stati innamorati rimane realmente un mistero. Lo scontato e poco fantasioso tema delle bugie in amore, quello della coppia già fallita che fa finta di non esserlo e, quello dei ricatti i psicologici ed economici che molte volte un partner fa all'altro, sono solo degli spunti da cui partire per ordire un piano di vendetta che solo una mente malata può partorire. Amy non è bugiarda, e Gone Girl non si basa solo su delle menzogne che i due continuavano a dirsi, ma sul fatto che la stupenda e apparentemente perfetta mogliettina di Nick, sia inequivocabilmente una persona malvagia e spietata. E non basta l'assurdo teatro allestito contro il marito, non basta l'omicidio a sangue freddo dell’altro ex fidanzato (omicidio commesso per  tornare a tormentare Nick credendo di averlo nuovamente in pugno), Gone Girl è la storia di una mente disturbata che ha come unico e grande scopo nella vita quello di dominare gli altri e fargli del male. E in questo senso il finale non vi lascerà delusi.. o forse si?! Magnetico e seduttivo.





giovedì 31 luglio 2014

SPAGHETTI STORY

Sarà che mi sono seduta all’Arena di Garbatella già ben disposta verso questa commedia dolce-amara, che sapevo aver riscosso un discreto consenso nonostante il low budget. Sarà che conosco Valerio, il protagonista, che è veramente un attore in erba, che faceva il cameriere in un noto locale in zona Ostiense e quindi tutto ciò rende ancora più credibile la storia di chi passa dal servire ai tavoli al grande pubblico in sala (cinematografica a questo punto). Sarà che ci sono gli Spaghetti di mezzo nel titolo come nel mio Blog, e il tutto rimanda a storie che trasudano semplicità e amicizia (a basso costo), ergo non potrei non promuovere Spaghetti story a pieni voti.
Il film, primo lungometraggio del regista romano Ciro De Caro, racconta a modo suo uno spaccato della precarietà giovanile, e lo fa in maniera genuina e autentica. Costato solo 15mila euro, per girarlo ci sono voluti solo 11 giorni ed è stato realizzato utilizzando una sola ottica, senza nessun primo piano e senza effetti speciali. In fondo non servono grandi mezzi per raccontare belle storie.
Il cinema italiano c’è, esiste e si fa con una buona sceneggiatura e un cast affiatato e brillante. La storia è quella di Valerio, un aspirante attore di ventinove anni che non riesce a sbarcare il lunario e si adatta a fare qualsiasi cosa, suscitando le ire dell'amico d'infanzia Christian, che è un pusher (stra-ironico e super simpatico) che fa affari con la malavita cinese e vuole trascinare l’amico nelle sue losche avventure.
La fidanzata di Valerio, Serena, ha una borsa di studio grazie a un dottorato di ricerca ma ad un certo punto comincia a sentire il richiamo dell'orologio biologico e non manca di farlo presente, scatenando non poche tensioni. C’è poi Giovanna, sorella di Valerio, che fa la fisioterapista e aiuta il fratello, cercando di farlo crescere e incoraggiandolo a prendersi le sue responsabilità. Ognuno giudica l’altro, ma è cieco di fronte alle proprie esigenze e potenzialità. A cambiare le loro vite sarà la giovane prostituta cinese Mei Mei (Deng XueYing), che li metterà inaspettatamente alla prova regalandogli un’altra prospettiva per vedere le cose. Nel panorama della commedia italiana contemporanea, in cui hanno quasi sempre la meglio gli allestimenti para televisivi popolati da giovani goderecci e festaioli, finalmente non ci tocca assistere alla solita vetrina di tatuaggi e depilazioni alla Francesca Arca e al racconto della vita di “figli di papà” che abitano in loft superaccessoriati in centro.
L'esordiente Ciro De Caro racconta il mondo dei giovani in modo assolutamente realistico, e lo fa con assoluta schiettezza rappresentando in maniera lucida l’umiliazione e l’apatia che la precarietà lavorativa provoca nei protagonisti, inducendoli a inibire i propri sogni, nel caso di Valerio, o scatenando il pragmatismo più spietato, nel caso di Christian. Valerio Di Benedetto e Christian Di Sante sono bravi davvero: hanno tempi comici impeccabili, l'uno nelle vesti di primo attore (primadonna), l'altro in quelle di caratterista (non perdetevi le sue perle di saggezza), hanno la giusta dose di umanità e ci hanno regalato non poche risate di qualità. Ma in questa storia il premio va alle protagoniste femminili, capaci di riscattarsi e di reagire in maniera eccelsa alle prove di scarsa virilità di maschi spodestati dal ruolo di capofamiglia: nonne, sorelle, fidanzate - si rimboccano le maniche con una concretezza e una solidarietà che le rende capaci di comprendere anche le situazioni più assurde, garantendo assistenza e protezione. Grazie per questo spaccato di vita, così sensibile e attento ai valori umani e ai rapporti interpersonali, all'unione che fa la forza, e al precariato che ti costringe a essere combattivo. Sempre.

venerdì 25 luglio 2014

12 ANNI SCHIAVO

12 anni schiavo: la statuetta più importante, quella come miglior film, e altri due premi Oscar ‘minori’, alla migliore sceneggiatura non originale di John Ridley (tratta dalle memorie di Solomon Northup) e alla bravissima e giovanissima attrice non protagonista Lupita Nyong’o. Eppure non avevo ancora visto questo film, perché leggendone la trama e conoscendo bene lo stile del regista Steve McQueen (omonimo del famoso attore), temevo l’angoscia e il disagio che avrei provato alla fine della pellicola. E così è stato. Diverso da Shame, ma ugualmente shoccante… Solomon Northup è un musicista nero e un uomo libero nello stato di New York. Ingannato da due impostori, viene drogato e venduto come schiavo a un ricco proprietario del Sud agrario e schiavista. Strappato alla sua vita, alla moglie e ai suoi bambini, Solomon si infila in un incubo lungo dodici anni provando sulla propria pelle la crudeltà degli uomini e la tragedia della sua gente. A colpi di frusta e di padroni vigliaccamente deboli e degenerati, Solomon avanzerà nel cuore della più vergognosa parentesi della storia americana provando a restare vivo e a riprendersi il suo nome. In suo soccorso arriverà Bass (Brad Pitt anche tra i produttori non poteva mancare), abolizionista canadese, che metterà fine al suo incubo. Adattamento del romanzo omonimo e biografico di Solomon Northup, di cui il regista britannico adotta i dodici anni del titolo e affida alle didascalie conclusive la battaglia legale sostenuta e persa dall'autore contro gli uomini che lo hanno rapito e venduto, 12 anni schiavo corrisponde perfettamente l'ossessione di McQueen: lo svilimento progressivo del corpo sottomesso alla violenza del mondo. Da più di un anno il cinema americano prova a fare i conti con la mostruosità della schiavitù, e non pochi registi si sono cimentato con questo tema. McQueen decide per la denuncia attraverso una rappresentazione esplicita, esibita, oscena, a lui tanto cara, che mira evidentemente a risvegliare la coscienza intorpidita dello spettatore e non fa sconti a nessuno. Il male è il male e non ci sono possibilità di comprensione, tantomeno di redenzione. La macchina da presa di McQueen, che indugia sulla pelle lacerata dalle continue frustrate sulla nuda schiena della serva Patsey (una straordinaria Lupita Nyong’o, alla sua prima prova d’attrice) con un estremo susseguirsi di dettagli cruenti, vuole lacerarci l’anima. Eppure si sente che manca qualcosa. E a me questa violenza è apparsa più di una volta gratuita. Un uomo disperato cerca di ritrovare la propria libertà, rassegnandosi giorno dopo giorno alla schiavitù, sopportando torture fisiche e psicologiche sulla carne e nell'anima. Il sovraccarico drammatico, la pesantezza dei corpi martirizzati dalla violenza e dai frequenti colpi di scena, che si appagano soltanto nei piani notturni e nelle stasi irreali della Louisiana, finiscono per essere l'argomento privilegiato della sua requisitoria e per trascurarne la dimensione sostanziale. McQueen liquida la complessità del passato e di un sistema abominevole a favore della sua spettacolarizzazione e dei suoi effetti perversi, tutti incarnati dallo schiavista sadico e compulsivo di Michael Fassbender, attore feticcio e interprete per la terza volta del pensiero ossessivo dell'autore. Probabilmente esistono film che, per coscienza sociale, vanno visti “per non dimenticare”. 12 Anni Schiavo è uno di questi, nulla di più.

martedì 15 luglio 2014

SONG'E NAPULE

Sono assolutamente di parte perché adoro Napoli e l'inconfondibile stile partenopeo, ma ho trovato questo film delizioso e scoppiettante, sarà pure per la presenza del credibilissimo Giampaolo Morelli (per me l’adorato Coliandro), questa volta nei panni di un super cafone dall’improbabile nome d’arte “Lollo Love”.
Per i Manetti Bros, Marco e Antonio, è arrivata finalmente la consacrazione definitiva con questa pellicola così spassosa e divertente, dopo una lunga militanza tra cinema popolare e di genere, serialità, fumetto e musica.
Una Napoli che non tace le sue magagne ma è osservata sotto una luce benevola, e fa da scenario alle imprese di un giovane e timido pianista, Paco, che dopo il diploma al conservatorio è purtroppo ancora disoccupato. La mamma gli trova suo malgrado una raccomandazione per farlo entrare in polizia, ma la sua totale inettitudine lo relega in un deposito giudiziario. Un giorno arriva Cammarota, un mastino dell’anticrimine sulle tracce di un pericoloso killer della camorra, detto O’ Fantasma (perché nessuno conosce il suo vero volto) e infiltra il giovane e inesperto ragazzo in un’operazione rischiosa, con il compito di fare una foto al famigerato criminale di cui nessuno conosce le fattezze. Al commissario serve proprio un poliziotto (e pianista) che dovrà fingersi un musicista del gruppo di Lollo Love, noto cantante neomelodico che canterà al matrimonio di Antonietta Stornaienco, figlia del boss di Somma Vesuviana che sicuramente inviterà O’ Fantasma alla cerimonia. Sarà compito proprio dell’intimorito Paco, in arte Pino Dinamite, abbigliato come un coatto e costretto a suonare quella musica per lui inascoltabile, affrontare con serietà e ardore il compito di arrestare il killer. Lo spunto narrativo dei Manetti Bros prende corpo proprio dall'esperienza dei suoi attori: Alessandro Roja (Paco), Giampaolo Morelli, Paolo Sassanelli, Carlo Buccirosso e Peppe Servillo, incarnano l'essenza della napoletanità e regalano performance memorabili. Ma non si esauriscono nel cast i meriti di Song'e Napule, film che umilia la camorra ed esalta la polizia proprio come in un poliziesco italiano degli anni Settanta: dal commissario dal pugno di ferro, alla rappresentazione cupa degli ambienti criminali, all'esplosione improvvisa di una violenza cieca e sanguinaria, all'aspetto comico grottesco, all'accompagnamento musicale incalzante e per finire all'immancabile inseguimento a bordo di un Alfa Romeo.
A interpretare alla perfezione l'idea del personaggio di Lollo Love è Giampaolo Morelli, anche autore del soggetto, che riabilita i cantanti neomelodici napoletani, smentendo l'idea che dietro a questa 'industria del trash' ci sia la camorra. Lollo, sogna come tutti i cantanti Sanremo e la scena nazionale ma un imprenditore sfaticato, lo costringe dentro i confini della città. Paco, a sua volta, si troverà a riconsiderare il suo rapporto con Napoli complice l’amore segreto per Marianna (la sorella di Lollo), e l'inaspettata amicizia con Lollolove gli daranno il coraggio necessario per affrontare la sua sfida più grande, quella di essere se stesso.
Cuoricini per tutti!!

lunedì 14 luglio 2014

JERSEY BOYS

Sono andata un po’ prevenuta, perché avevo letto critiche abbastanza spietate sulla pellicola, definita come un prodotto minore della filmografia di Clint Eastwood ma volevo verificare di persona e mi fido troppo della sua bravura per lasciar ad altri il compito di recensirlo in malo modo! E infatti a 84 anni suonati è ancora dietro la cinepresa, e l’inimitabile Eastwood ritorna a far parlare di sé e di buona musica soprattutto, forse in un genere un po’ diverso da quello a cui ci ha abituati, ma non per questo di minor impatto. La storia del gruppo dei Four Seasons non è infatti la sua prima pellicola ad inserirsi nel genere del biopic musicale e al tempo in cui decise di riportare sul grande schermo la storia di Frankie Valli, il regista non aveva ancora visto John Lloyd Young, Erich Bergen, e Michael Lomenda calcare le scene di Broadway nel musical omonimo da cui trarrà spunto. Nota la sua passione per la musica, subito rimane colpito, in particolare, dal protagonista, che è simile nelle fattezze fisiche (non avrebbe dovuto superare il metro e sessantacinque) e di origini siciliane proprio come il vero Francesco Stephen Castelluccio, che tra l'altro senza remore ha scelto di co-produrre la sua vita. Ebbene ci vorrà poco per innamorarsi di quell'epoca allo stesso modo dei nostri genitori o dei nostri nonni e per abituarsi al falsetto nasale di Valli, melenso e fastidioso quanto angelico e soave. Dal pop melodico ad un soft rock, dall’unione indissolubile dei componenti alla carriera da solista per Valli, si ripercorrono le quattro stagioni di un gruppo che si ritrovò a scegliere il definitivo nome per la band in un parcheggio, sfruttando l’insegna di un hotel dopo una fallimentare esibizione in un bowling club. Frankie Valli (con la I finale e non con la Y perché così faceva più italiano), Tommy De Vito, Nick Massi e l’ultimo arrivato Bob Gaudio, ci appaiono come vecchi amici di quartiere, che passano dal canto liberatorio giovanile sotto un lampione a vendere milioni di dischi insieme, scampando al triste destino di rimanere impigliati in un circolo malavitoso di quartiere. Il team creativo dietro la macchina da presa è stato guidato dal direttore della fotografia, il candidato all’ Oscar Tom Stern e dallo scenografo James J. Murakami, entrambi già fidati collaboratori di Clint per Changeling. Scenografie e costumi sono perfetti. Un po’ fastidiosa a mio avviso, la trovata di far parlare ogni componente a più riprese nella storia direttamente in camera, e lasciando ad ognuno il compito di raccontare gli snodi più significativi secondo punti di vista diversi: escamotage tecnico più o meno funzionale alla ripresa, ma non apprezzo tutte queste voci fuori campo che parlano con la telecamera, mi pare si perda il filo conduttore. E poi forse anche questo film andrebbe visto in lingua originale, perché il doppiaggio dall’accento italo americano ha sempre quel non so che di artefatto e forzato, che toglie un po’ di intensità all’interpretazione. Ciò nonostante, il piede si muove al ritmo delle loro canzoni e dei loro testi, la recitazione di John Lloyd Young (che interpreta Frankie Valli) è fisicamente splendida con quegli occhi nascosti che riescono però a penetrare nello spettatore, un Christopher Walken perfetto nella parte del boss mafioso ed un Erich Bergen credibile in ogni variazione di costume. Per la prima volta una storia tutta al maschile in cui le figure femminili sono in perenne secondo piano, e la cui assenza è forse giustificata dagli anni in cui si svolge il film, ma che generano una mancanza che si sente. Tolte queste piccole e accettabili pecche, Jersey Boys" non è solo un film sulla musica, ma la storia di una fratellanza che non si può sciogliere: un irrefrenabile tuffo nel passato che si conclude con un raduno finale danzante (forse anche un po’ esagerato e autocompiaciuto) che ci concede gli ultimi primi piani dei quattro protagonisti che intonano dopo tanti anni, i loro successi. Si esce dalla sala canticchiando “Can’t take my eyes off you” e con l’idea di andare a comprare subito la colonna sonora.

martedì 1 luglio 2014

LE WEEK-END

Alcune volte mi sfuggono i meccanismi cinematografici, per cui la maggior parte dei critici valutano con apprezzamento certe pellicole che io trovo di una noia mortale e insalvabili. Basta che il regista sia quello di Notting Hill, che i protagonisti non siano bellocci e giovani ma due insegnanti in pensione, e che i due attori abbiano una provenienza teatrale (senza contare lo sfondo di Parigi poi) che tutti a gridare alla commedia di spessore. Questa commedia ha tutto tranne che dell’aggettivo brillante: è rigida e claustrofobica. Lei è tremenda: eppure dovrebbe ringraziare il cielo per avere un marito in discreta salute che le trova ancora fisicamente attraente e con cui riesce a condividere momenti divertenti, invece è più fredda di un iceberg. I due attori sono senz’altro credibili nel descrivere le nevrosi di una coppia che resiste da trenta anni alle intemperie del tempo, ma non particolarmente simpatici, a tratti odiosi oserei. E dire che non mi sconvolge l’idea di scappare da un ristorante troppo caro senza pagare il conto o voler rivivere un bel momento celebrando i 30 anni di matrimonio, è solo che sono terribilmente patetici nella loro eterna lotta per la conquista della serenità. Una buona terapia di coppia fa miracoli ed è quasi meglio di tanti escamotage messi lì in maniera goffa e improbabile. Una nota di merito a Jeff Glodblum, deliziosamente insopportabile nella parte del rampollo del vecchio maestro che ha avuto successo. Meglio evitare Rue de Rivoli la prossima volta che passate per Parigi, o potreste incontrarlo e vi sentirete dei falliti. Insomma forse sono io ad essere lontana da certi nevrosi, ma non mi ha convinto, soprattutto in seconda serata. Una buona terapia contro l’insonnia.

LA VOCE UMANA

Una leggenda. Due Oscar, un Golden Globe, un Leone d’oro, la Coppa Volpi, una Palma d’oro a Cannes, un BAFTA, sei David di Donatello e due Nastri d’argento. Tanto ha vinto nella sua lunga carriera d’attrice Sophia Loren, tornata in questi giorni sul set, a 79 anni, grazie all’adorato figlio Edoardo Ponti, che l’aveva già diretta nel lontano 2002, nel tutt’altro che esaltante Cuori estranei. Direttamente da Napoli, tra Palazzo Reale, i vicoli del Pallonetto di Santa Lucia, lo storico rione Sanità, il Belvedere Sant’Antonio e Posillipo, Sophia si è prestata alla macchina da presa per un mediometraggio intitolato «Voci umane», volutamente ispirato a quel ‘La Voce Umana‘ dello scrittore francese Jean Cocteau, il cui celebre monologo divenne cinema con l’Amore di Roberto Rossellini, trascinato da una magnifica Anna Magnani. Lo scrittore Erri De Luca si è occupato dello script, per un adattamento volutamente in dialetto napoletano e in grado di stupire, soprattutto nel finale, tanto da portare la città di Napoli nella storia. Al figlio ha regalato un'interpretazione che per lei era una sfida, "è un'attrice istintiva, non prova, qui per sei settimane, come una pièce teatrale, ha preparato la parte. Per lei era veramente un obiettivo", dice Edoardo. Quel monologo della donna abbandonata dall'amante, che spera di riconquistarlo ma poi si dispera quando capisce che è sconfitta, "dall'inizio della carriera era un sogno, l'avevo visto con la Magnani, mi ero detta che un giorno ci sarei riuscita anche io. Un monologo bellissimo, una meta per tante attrici, certo la Magnani era la Magnani, un'attrice straordinaria, di temperamento, sensibilità e coraggio fuori dal comune. Ora ce l'ho fatta anche io".

giovedì 19 giugno 2014

MALEFICENT

Sarà la presenza ancora viva del nostro spirito fanciullesco, ma io mi sono goduta lo spettacolo e ho trattenuto il respiro sino alla fine della proiezione, dunque non aspettatevi una recensione ‘tecnica’, si tratta pur sempre di una fiaba e di un film Fantasy. Innanzitutto non è la storia della Bella Addormentata bensì quella di Malefica, la storia di una vittima che, da grande, troverà il modo di superare il male che le è stato inflitto da chi amava e lo farà in una maniera che non ci aspetteremo, rinunciando alla sua vendetta. L’esordio alla regia è di Robert Stromberg, production designer premio Oscar, scenografo di “Alice in Wonderland” e de “Il grande e potente Oz”, che della fedeltà all'immagine originale fa un punto di forza della sua opera, oltre che da una preziosa estetica fantasy, che dona al film una personalità fiabesca e una cornice medievale. Ma la vera magia, la detiene interamente una titanica Angelina Jolie, incarnazione a dir poco perfetta della cattiva disneyana, anche e soprattutto nelle sfumature. La Disney torna a cimentarsi con una fiaba tradizionale, questa volta con un budget mai visto fino ad ora per un film animato. Ciò che può invece lasciare perplessi, è la trasformazione di una figura nata per incutere il terrore (perpetrata per giunta sulla pelle di un’innocente neonata), in una fata madrina dai tratti elegantemente dark, prudente e affezionata, a tratti sexy ed anche spiritosa. Ma la variazione ci piace e ci convince. Nella volontà della casa di produzione c’era sicuramente l’intento di non spaventare troppo un pubblico di minori sempre meno abituati a fare i conti con le brutture del mondo, ma insistere invece proprio nella dualità che il personaggio originale portava con sé: terrificante eppure così affascinante. La fantasia tipica delle fiabe della matrigna (o fata) cattiva, che serve a preservare intatta l'immagine positiva della madre, qui viene riunita in un'unica figura, ed è proprio riconoscendo questa compresenza che Aurora lascia l'infanzia per scegliere consapevolmente il proprio destino. Anche le fiabe si evolvono. Film Per tutti.

venerdì 6 giugno 2014

GRACE DI MONACO

Presentato in anteprima alla 67esima edizione del Festival del Cinema di Cannes come film d’apertura, Grace di Monaco, è stato accompagnato da numerose polemiche, sia dal punto di vista produttivo che dalla famiglia Grimaldi. Il produttore cinematografico ha definito la pellicola come “terribile”, ordinando un secondo montaggio e minacciando di non far uscire il film in America, mentre i figli di Grace Kelly, l'hanno giudicata un ritratto approssimativo e poco veritiero. Nonostante questo, a 32 anni dalla sua tragica scomparsa, il francese Olivier Dahan ha portato sullo schermo la storia di una delle più grandi icone dell’era moderna, scegliendo un anno particolare nella vita di Grace Kelly, il 1964, anno in cui la Principessa si trovò a un bivio cruciale: da un lato il suo mentore Alfred Hitchcock le offriva il ruolo della vita (ovvero la ladra bugiarda e frigida di Marnie), e dall’altro la sua famiglia e il principato di Monaco rischiavano di perdere tutto a causa di difficoltà diplomatiche con la Francia. Diva dall’elegante bellezza, musa e icona del maestro del cinema Alfred Hitchcock (che la definì “ghiaccio bollente”); premio Oscar a soli 26 anni, partner sullo schermo e nella vita di attori come Cary Grant e Clark Gable; icona di stile (tanto da meritarsi una borsa che porta il suo nome dalla casa francese Hermès - beata lei!) e infine sposa del principe Ranieri di Monaco: la vita di Grace Kelly è realtà che supera la finzione e non può non far gola a chi ama i racconti biografici. A interpretare Grace è Nicole Kidman, che per il ruolo si è immersa nella vita della principessa per ben cinque mesi studiandone ogni dettaglio (dalla postura al modo di parlare e camminare) e leggermente sgonfia del botulino a cui ci aveva abituato, è riuscita a portare con maestria ed eleganza gli sfavillanti abiti di Grace, perfetti e impeccabili così come la ricostruzione degli oggetti di scena e le splendide location, tra cui il Palazzo Reale di Genova. Ad affiancare la Kidman ci sono un apprezzabile Tim Roth, nel ruolo di Ranieri, un’affascinante Paz Vega, che interpreta una moderna Maria Callas, e Frank Langella, chiamato a raffigurare Padre Tucker, prete americano confidente della principessa. Di solito amo i film ispirati alle biografie, alle belle storie di vita ma nel film di Dahan ci troviamo di fronte ad un film di finzione e non un biopic (dalla contrazione di biographic picture, appunto film biografico) e la vita già da romanzo di Grace Kelly viene trasformata in un thriller di spionaggio, in un film su colpi di stato e in un dramma domestico. Eppure c’era così tanto da raccontare su di lei, mi chiedo perché ingarbugliare la storia a suon di politica e drammi famigliari irrisolti. La principessa sembra una figura a metà tra la Signora in giallo e una miss di un concorso di bellezza che grazie ai suoi discorsi sulla pace e sull’amore salva intere nazioni. La regia che indugia con insistenza sul volto della Kidman (non so a che scopo), la fotografia da fiction televisiva e la riduzione a semplici macchiette di figure storiche di spicco come Maria Callas, Alfred Hitchcock e Charles De Gaulle non aiutano la causa e rendono il tutto un po’ uno spaccato di un giornaletto di gossip dal parrucchiere. Che peccato!

mercoledì 28 maggio 2014

LE MERAVIGLIE

Ho dovuto metabolizzare la visione di questo film prima di scriverne la recensione, perché è un genere difficilmente collocabile: sembra un’antica favola pastorale di ispirazione neorealista e nello stesso tempo un film moderno, con un delicato ritratto sull’adolescenza. Sono in ogni caso fiera che questa pellicola abbia ricevuto dei riconoscimenti: “Le Meraviglie”, di Alice Rohrwacher (sorella di Alba, che ritroviamo nel film) ha vinto il prestigioso “Gran Prix” (il secondo premio, dopo la Palma d'oro) alla 67esima edizione del Festival del Cinema di Cannes ed è stato l’unico film italiano in concorso. Probabilmente ad aver conquistato la giuria è stata l’attenzione per la natura, per la vita rurale e i suoi valori, che la regista ha saputo raccontare con estrema raffinatezza e sensibilità, nonostante i suoi giovanissimi 33 anni.
Siamo presumibilmente nella campagna della Tuscia degli anni '90, a casa di una coppia di apicoltori con quattro figlie femmine. La maggiore, ha il nome di un fiore, Gelsomina, ed è amica delle api mellifere che tratta come piccoli animaletti domestici. Durante un'estate di duro lavoro, appare una fata dalle lunghe trecce biondo platino, Milly Catena (una conturbante Monica Bellucci relegata in una parte minore), conduttrice di uno show televisivo che invita la gente del posto ad un concorso che premierà la migliore azienda di prodotti locali. Gelsomina sarà molto colpita e affascinata da questa donna e attraverso i suoi occhi vivremo la diversità di una comunità 'dissidente' che si è ritirata in una dimensione bucolica e produce miele e salse di pomodoro, nella speranza di resistere al mondo “fuori”. Un mondo che prende la parola e il microfono per mezzo della televisione regionale, che promette di fare ‘meraviglie’ per i residenti. Wolfgang, restio a qualsiasi forma di socialità e apertura al mondo esterno, è un personaggio determinante, un padre perennemente arrabbiato: la sua presenza severa e cruda è a tratti angosciante. Eppure è un padre che ama le sue figlie e soprattutto Gelsomina, la primogenita, che per certi versi è il capo-famiglia. A lei trasmette i segreti dell'apicultura, da lei si fa togliere i pungiglioni dalla schiena, ma quando arriva Martin, un ragazzino protagonista di un programma di rieducazione che entra di prepotenza nella loro vita, l'equilibrio sembra rompersi. Delicato e sensibile, lo sguardo di Alice Rohrwacher si infila nella relazione padre-figlia, realizzando una nuova cronaca dell'adolescenza. Il talento dell'autrice, rivelato nel suo primo lungometraggio, si riconferma dentro un paesaggio rurale che esalta la sua vocazione documentaristica.
Le Meraviglie è un film dai forti connotati autobiografici: nata da madre italiana e da padre tedesco, la Rohrwacher è cresciuta a Castel Giorgio, in provincia di Terni, terra di origine della madre e luogo di lavoro del padre Reinhard, apicoltore transumante e conduttore di un agriturismo. E’ quindi un film lontano da logiche commerciali, visionario ed enigmatico, una storia di formazione ermetica, ma con il sottofondo delle note di T’appartengo di Ambra, forse l’unico appeal di natura ‘commerciale’, in cui le bambine-attrici (meravigliosamente brave) ci regalano prova di grande intensità e capacità attoriali. La Rohrwacher ha comunque fatto una scelta audace, raccontando del rapporto sempre difficile fra un padre e una figlia quasi adolescente, fra il conservatorismo rabbioso di Wolfgang e la spinta gioiosa a vivere il futuro di Gelsomina, ma anche di un Italia che non c’è più, un piccolo mondo antico fatto dal sudore dei campi e dal contatto diretto con la natura. La mancanza di un vero e proprio filo conduttore logico, con sequenze conclusive un po’ incompiute, penalizza una pellicola già di per sé molto rischiosa, dove spesso il ritmo si affievolisce dinanzi alla routine contadina di un casale, in una dimensione grigia senza tempo.
Vorrei regalarvi un affresco maggiormente “denso” di questo film, ma la nostalgia verso l’adolescenza è una dimensione che sembra lontanissima e ingabbiata in un contesto monocolore. Così realistico e spoglio di sovrastrutture da apparire, con estremo dispiacere, poco empatico e vibrante, nonostante il richiamo ai tormentati anni della gioventù, che sono soliti regalare qualche emozione in più. Comunque un esperimento coraggioso.

mercoledì 14 maggio 2014

ALABAMA MONROE - UNA STORIA D'AMORE

Alabama Monroe, titolo originale The Broken Circle Breakdown - I guasti del cerchio spezzato (e questa volta la traduzione “ispirata” ci sta benissimo), sconfitto alla corsa per l’Oscar come miglior film straniero da La Grande Bellezza ma vincitore del premio Cesar in Francia e di due premi al Tribeca Film Festival di New York, è un’opera di dirompente drammaticità, che ti spacca il cuore. Un film diviso tra due mondi: la campagna belga, che però sembra quella del Texas o del Kansas e un'America che s’insinua fin troppo nella vita di Didier ed Elise. Se i protagonisti non avessero nomi francofoni e ogni tanto non si vedesse qualche targa europea, si potrebbe pensare che sia un film americano. Intenso, poetico e mai stucchevole, "Alabama Monroe" poggia su un insolito ma ben riuscito connubio tra cultura europea e folk americano ed è tratto dall'omonima pièce teatrale, d'ispirazione autobiografica, di Johan Heldenbergh, il protagonista maschile della pellicola.
La storia si svolge all’inizio degli anni 2000. Didier è un cantante di bluegrass (una variante old style del country), un omone con la barba che suona il banjo e vive in una roulotte mentre aspetta di ristrutturare casa. Elise è una tatuatrice professionista, una ragazza spirituale e sorridente, che ha inciso sul corpo la propria storia, cancellando via via i nomi degli uomini che ha amato per coprirli con nuovi tatuaggi. Quando si incontrano, è amore a prima vista: si amano totalmente, si perdono e si ritrovano ma si rispettano sempre. Lui la coinvolge nella sua musica, nell’amore per l’America e alla fine si esibiranno insieme dividendo palco e vita privata. Hanno una bambina bellissima, Maybelle, che purtroppo si ammala di cancro e muore molto piccola. Questo scatenerà una serie di eventi drammatici e di reazioni profondamente diverse che mineranno gravemente la loro bella storia d’amore.
Felix Van Groeningen, il regista fiammingo, sceglie inequivocabilmente la strada del melodramma e adotta uno stile di narrazione molto forte, sia nel raccontare la storia d'amore totalizzante fra i due protagonisti, sia nell'addentrarsi coraggiosamente nell'evoluzione tragica degli eventi in maniera lucida e fin troppo realistica. Lo storytelling è scomposto attraverso un susseguirsi di flashback: una frammentazione intelligente che permette di alternare la tenerezza dei momenti passati alla dolorosità di quelli presenti. A fare da filo conduttore sono alcune scene in cui i protagonisti suonano e cantano canzoni bluegrass (tutte tra l'altro interpretate dal vivo direttamente da loro: lui è un musicista, lei viene dal musical), che regalano sollievo momentaneo di fronte una sofferenza messa a nudo così bene che ti costringe spesso al fazzoletto. Strepitose le performance di questi due attori che non si risparmiano mai e regalano credibilità e potenza emotiva ad un film che ha il merito di non incorrere mai nel pathos o nel pietismo. I due protagonisti hanno una chimica rara e diventano Elise e Didier con un livello di identificazione che raramente si vede nel cinema. Non si tratta di un mero escamotage finalizzato a catturare l’emotività dello spettatore, ma piuttosto l’esigenza di raccontare in maniera coerente l’autenticità della vita comprese le dure prove a cui ci sottopone. Johan Heldenbergh, interpreta Didier come una creatura primordiale con un'inesauribile energia vitale e una dirompente carica rabbiosa quando la vita gli riserva il dolore più grande e le politiche degli uomini non lo aiutano. Veerle Baetens, vincitrice dell'European film award per il ruolo di Elise, ha una recitazione epidermica perfettamente consona ad una donna che usa la propria pelle per esprimere ogni sentimento. La sua Elise è una donna dalle emozioni forti ed è estenuante osservarla tentare di sopravvivere ai propri abissi di tristezza e cercare di “ripartorirsi” con un nuovo nome e una nuova storia.
Ho amato tantissimo una delle scene finali in cui lei decide di farsi chiamare Alabama e lui le chiede “ma se tu sei Alabama io chi sono?” “Tu sei Monroe” ossia il padre della musica che pervade l’intera colonna sonora, ovvero Bill Monroe.
C’è tanto in questo film da cui farsi avvolgere e stravolgere: dall’amore nella sua forma più pura e selvaggia, al tema etico e religioso, al modo di affrontare un lutto, al tentativo (vano) di ricomporre un cerchio spezzato. Anche i senza-cuore avranno un sussulto.

mercoledì 30 aprile 2014

HER (LEI)

Non si può dire che non sia un film ben fatto e che non abbia raccolto consensi un po’ da tutto il mondo: però mi aspettavo qualcosa di più da una pellicola fresca di Oscar per la miglior sceneggiatura originale. Non che non lo sia (originale intendo) ma Her (Lei), di Spike Jonze non mi ha convinto. Lui sarà pure un geniale direttore di videoclip, ma dopo essere passato al cinema con Essere John Malkovich, è diventato il re del cinema per gli hipster, quei fighettini non ben identificati che applaudono una fetta di cinematografia nebulosa per gli alternativi “di classe”: l’esteriorità, la forma a dispetto della riflessione critica e il culto dell’estetica vintage (vi rifarete gli occhi con una fanatica fotografia dai colori pastello che invade la quotidianità, con look e arredamenti anni 70 strabilianti).
Boh. Non lo so nemmeno io cosa ho scritto, d’altro canto non so cosa ho visto.
Certo la storia non è così assurda se si pensa all’uso improprio e maniacale che facciamo della tecnologia, ma lo diventa quando i due innamorati (un essere umano e un pc tanto per chiarire le posizioni) si mettono a fare i gelosoni. Il quadro è presto dipinto: in un futuro non molto lontano, dove la tecnologia ha invaso il privato Theodore è un uomo solo, con alle spalle un matrimonio fallito e non riesce più a provare emozioni e stimoli vitali. Incuriosito da una pubblicità, decide di comprare un sistema operativo parlante, progettato per interagire con gli umani nelle attività giornaliere. Lo imposta con la personalità femminile e, ovviamente, se ne innamora. La particolarità di questo nuovo software, però, è quella di essere un’intelligenza artificiale in grado di evolversi e di godere di una sorta di libero arbitrio, rivelando non poche sorprese al nostro triste amante solitario che finirà per capire di non aver fatto un bell’affare. Non si può non riconoscere a Jonze la volontà di affrontare in modo coraggioso un tema complesso come la trasformazione tecnologia (e di conseguenza sociale) che affligge l’uomo contemporaneo, sempre più schiavo e eternamente connesso con software, palmari, smartphone che ne condizionano gli stati d’animo. A questo impianto di partenza, che sembrerebbe più o meno realistico, si aggiunge inoltre l’innegabile bellezza ed eleganza della scenografia, che costruisce un futuro dove geometria e ordine hanno preso il controllo della società (Shangai e Los Angeles sullo sfondo sono tra le poche scelte azzeccatissime). Jonze forse valeva portare al cinema il complesso rapporto tra umano e macchina: ma il suo film, man mano che va avanti, non ne parla affatto. La storia d’amore tra Theodore (un Phoenix bellissimo e convincente) che ad un certo punto vorresti inevitabilmente prendere a ceffoni e il computer con la voce di Scarlett Johansson (a noi ci è toccata purtroppo Micaela Ramazzotti che ha rovinato non poco la resa dialettica) è una normalissima storia d’amore tra due esseri umani, con bisticci, slanci d’affetto e incomprensioni.
Un po’ Sandra e Raimondo del web che litigano del quotidiano. Speri che ad un certo punto LUI rinsavisca, perché è veramente tutto troppo (inverosimile). Invece no. E' più facile rifugiarsi in un facile sentimentalismo, a tratti toccante e coinvolgente certo, ma assolutamente slegato dal contesto e soprattutto pesante da sopportare. Questo, vanifica in partenza, la possibilità di entrare in empatia con l’idea di nutrire dei sentimenti verso un computer. Insomma, Her risulta essere, a mio avviso irrisolto e poco credibile, come il vano e improbabile tentativo di consegnare le proprie emozioni a una macchina.
Se proprio dovete vederlo… almeno in lingua originale.