giovedì 31 luglio 2014

SPAGHETTI STORY

Sarà che mi sono seduta all’Arena di Garbatella già ben disposta verso questa commedia dolce-amara, che sapevo aver riscosso un discreto consenso nonostante il low budget. Sarà che conosco Valerio, il protagonista, che è veramente un attore in erba, che faceva il cameriere in un noto locale in zona Ostiense e quindi tutto ciò rende ancora più credibile la storia di chi passa dal servire ai tavoli al grande pubblico in sala (cinematografica a questo punto). Sarà che ci sono gli Spaghetti di mezzo nel titolo come nel mio Blog, e il tutto rimanda a storie che trasudano semplicità e amicizia (a basso costo), ergo non potrei non promuovere Spaghetti story a pieni voti.
Il film, primo lungometraggio del regista romano Ciro De Caro, racconta a modo suo uno spaccato della precarietà giovanile, e lo fa in maniera genuina e autentica. Costato solo 15mila euro, per girarlo ci sono voluti solo 11 giorni ed è stato realizzato utilizzando una sola ottica, senza nessun primo piano e senza effetti speciali. In fondo non servono grandi mezzi per raccontare belle storie.
Il cinema italiano c’è, esiste e si fa con una buona sceneggiatura e un cast affiatato e brillante. La storia è quella di Valerio, un aspirante attore di ventinove anni che non riesce a sbarcare il lunario e si adatta a fare qualsiasi cosa, suscitando le ire dell'amico d'infanzia Christian, che è un pusher (stra-ironico e super simpatico) che fa affari con la malavita cinese e vuole trascinare l’amico nelle sue losche avventure.
La fidanzata di Valerio, Serena, ha una borsa di studio grazie a un dottorato di ricerca ma ad un certo punto comincia a sentire il richiamo dell'orologio biologico e non manca di farlo presente, scatenando non poche tensioni. C’è poi Giovanna, sorella di Valerio, che fa la fisioterapista e aiuta il fratello, cercando di farlo crescere e incoraggiandolo a prendersi le sue responsabilità. Ognuno giudica l’altro, ma è cieco di fronte alle proprie esigenze e potenzialità. A cambiare le loro vite sarà la giovane prostituta cinese Mei Mei (Deng XueYing), che li metterà inaspettatamente alla prova regalandogli un’altra prospettiva per vedere le cose. Nel panorama della commedia italiana contemporanea, in cui hanno quasi sempre la meglio gli allestimenti para televisivi popolati da giovani goderecci e festaioli, finalmente non ci tocca assistere alla solita vetrina di tatuaggi e depilazioni alla Francesca Arca e al racconto della vita di “figli di papà” che abitano in loft superaccessoriati in centro.
L'esordiente Ciro De Caro racconta il mondo dei giovani in modo assolutamente realistico, e lo fa con assoluta schiettezza rappresentando in maniera lucida l’umiliazione e l’apatia che la precarietà lavorativa provoca nei protagonisti, inducendoli a inibire i propri sogni, nel caso di Valerio, o scatenando il pragmatismo più spietato, nel caso di Christian. Valerio Di Benedetto e Christian Di Sante sono bravi davvero: hanno tempi comici impeccabili, l'uno nelle vesti di primo attore (primadonna), l'altro in quelle di caratterista (non perdetevi le sue perle di saggezza), hanno la giusta dose di umanità e ci hanno regalato non poche risate di qualità. Ma in questa storia il premio va alle protagoniste femminili, capaci di riscattarsi e di reagire in maniera eccelsa alle prove di scarsa virilità di maschi spodestati dal ruolo di capofamiglia: nonne, sorelle, fidanzate - si rimboccano le maniche con una concretezza e una solidarietà che le rende capaci di comprendere anche le situazioni più assurde, garantendo assistenza e protezione. Grazie per questo spaccato di vita, così sensibile e attento ai valori umani e ai rapporti interpersonali, all'unione che fa la forza, e al precariato che ti costringe a essere combattivo. Sempre.

venerdì 25 luglio 2014

12 ANNI SCHIAVO

12 anni schiavo: la statuetta più importante, quella come miglior film, e altri due premi Oscar ‘minori’, alla migliore sceneggiatura non originale di John Ridley (tratta dalle memorie di Solomon Northup) e alla bravissima e giovanissima attrice non protagonista Lupita Nyong’o. Eppure non avevo ancora visto questo film, perché leggendone la trama e conoscendo bene lo stile del regista Steve McQueen (omonimo del famoso attore), temevo l’angoscia e il disagio che avrei provato alla fine della pellicola. E così è stato. Diverso da Shame, ma ugualmente shoccante… Solomon Northup è un musicista nero e un uomo libero nello stato di New York. Ingannato da due impostori, viene drogato e venduto come schiavo a un ricco proprietario del Sud agrario e schiavista. Strappato alla sua vita, alla moglie e ai suoi bambini, Solomon si infila in un incubo lungo dodici anni provando sulla propria pelle la crudeltà degli uomini e la tragedia della sua gente. A colpi di frusta e di padroni vigliaccamente deboli e degenerati, Solomon avanzerà nel cuore della più vergognosa parentesi della storia americana provando a restare vivo e a riprendersi il suo nome. In suo soccorso arriverà Bass (Brad Pitt anche tra i produttori non poteva mancare), abolizionista canadese, che metterà fine al suo incubo. Adattamento del romanzo omonimo e biografico di Solomon Northup, di cui il regista britannico adotta i dodici anni del titolo e affida alle didascalie conclusive la battaglia legale sostenuta e persa dall'autore contro gli uomini che lo hanno rapito e venduto, 12 anni schiavo corrisponde perfettamente l'ossessione di McQueen: lo svilimento progressivo del corpo sottomesso alla violenza del mondo. Da più di un anno il cinema americano prova a fare i conti con la mostruosità della schiavitù, e non pochi registi si sono cimentato con questo tema. McQueen decide per la denuncia attraverso una rappresentazione esplicita, esibita, oscena, a lui tanto cara, che mira evidentemente a risvegliare la coscienza intorpidita dello spettatore e non fa sconti a nessuno. Il male è il male e non ci sono possibilità di comprensione, tantomeno di redenzione. La macchina da presa di McQueen, che indugia sulla pelle lacerata dalle continue frustrate sulla nuda schiena della serva Patsey (una straordinaria Lupita Nyong’o, alla sua prima prova d’attrice) con un estremo susseguirsi di dettagli cruenti, vuole lacerarci l’anima. Eppure si sente che manca qualcosa. E a me questa violenza è apparsa più di una volta gratuita. Un uomo disperato cerca di ritrovare la propria libertà, rassegnandosi giorno dopo giorno alla schiavitù, sopportando torture fisiche e psicologiche sulla carne e nell'anima. Il sovraccarico drammatico, la pesantezza dei corpi martirizzati dalla violenza e dai frequenti colpi di scena, che si appagano soltanto nei piani notturni e nelle stasi irreali della Louisiana, finiscono per essere l'argomento privilegiato della sua requisitoria e per trascurarne la dimensione sostanziale. McQueen liquida la complessità del passato e di un sistema abominevole a favore della sua spettacolarizzazione e dei suoi effetti perversi, tutti incarnati dallo schiavista sadico e compulsivo di Michael Fassbender, attore feticcio e interprete per la terza volta del pensiero ossessivo dell'autore. Probabilmente esistono film che, per coscienza sociale, vanno visti “per non dimenticare”. 12 Anni Schiavo è uno di questi, nulla di più.

martedì 15 luglio 2014

SONG'E NAPULE

Sono assolutamente di parte perché adoro Napoli e l'inconfondibile stile partenopeo, ma ho trovato questo film delizioso e scoppiettante, sarà pure per la presenza del credibilissimo Giampaolo Morelli (per me l’adorato Coliandro), questa volta nei panni di un super cafone dall’improbabile nome d’arte “Lollo Love”.
Per i Manetti Bros, Marco e Antonio, è arrivata finalmente la consacrazione definitiva con questa pellicola così spassosa e divertente, dopo una lunga militanza tra cinema popolare e di genere, serialità, fumetto e musica.
Una Napoli che non tace le sue magagne ma è osservata sotto una luce benevola, e fa da scenario alle imprese di un giovane e timido pianista, Paco, che dopo il diploma al conservatorio è purtroppo ancora disoccupato. La mamma gli trova suo malgrado una raccomandazione per farlo entrare in polizia, ma la sua totale inettitudine lo relega in un deposito giudiziario. Un giorno arriva Cammarota, un mastino dell’anticrimine sulle tracce di un pericoloso killer della camorra, detto O’ Fantasma (perché nessuno conosce il suo vero volto) e infiltra il giovane e inesperto ragazzo in un’operazione rischiosa, con il compito di fare una foto al famigerato criminale di cui nessuno conosce le fattezze. Al commissario serve proprio un poliziotto (e pianista) che dovrà fingersi un musicista del gruppo di Lollo Love, noto cantante neomelodico che canterà al matrimonio di Antonietta Stornaienco, figlia del boss di Somma Vesuviana che sicuramente inviterà O’ Fantasma alla cerimonia. Sarà compito proprio dell’intimorito Paco, in arte Pino Dinamite, abbigliato come un coatto e costretto a suonare quella musica per lui inascoltabile, affrontare con serietà e ardore il compito di arrestare il killer. Lo spunto narrativo dei Manetti Bros prende corpo proprio dall'esperienza dei suoi attori: Alessandro Roja (Paco), Giampaolo Morelli, Paolo Sassanelli, Carlo Buccirosso e Peppe Servillo, incarnano l'essenza della napoletanità e regalano performance memorabili. Ma non si esauriscono nel cast i meriti di Song'e Napule, film che umilia la camorra ed esalta la polizia proprio come in un poliziesco italiano degli anni Settanta: dal commissario dal pugno di ferro, alla rappresentazione cupa degli ambienti criminali, all'esplosione improvvisa di una violenza cieca e sanguinaria, all'aspetto comico grottesco, all'accompagnamento musicale incalzante e per finire all'immancabile inseguimento a bordo di un Alfa Romeo.
A interpretare alla perfezione l'idea del personaggio di Lollo Love è Giampaolo Morelli, anche autore del soggetto, che riabilita i cantanti neomelodici napoletani, smentendo l'idea che dietro a questa 'industria del trash' ci sia la camorra. Lollo, sogna come tutti i cantanti Sanremo e la scena nazionale ma un imprenditore sfaticato, lo costringe dentro i confini della città. Paco, a sua volta, si troverà a riconsiderare il suo rapporto con Napoli complice l’amore segreto per Marianna (la sorella di Lollo), e l'inaspettata amicizia con Lollolove gli daranno il coraggio necessario per affrontare la sua sfida più grande, quella di essere se stesso.
Cuoricini per tutti!!

lunedì 14 luglio 2014

JERSEY BOYS

Sono andata un po’ prevenuta, perché avevo letto critiche abbastanza spietate sulla pellicola, definita come un prodotto minore della filmografia di Clint Eastwood ma volevo verificare di persona e mi fido troppo della sua bravura per lasciar ad altri il compito di recensirlo in malo modo! E infatti a 84 anni suonati è ancora dietro la cinepresa, e l’inimitabile Eastwood ritorna a far parlare di sé e di buona musica soprattutto, forse in un genere un po’ diverso da quello a cui ci ha abituati, ma non per questo di minor impatto. La storia del gruppo dei Four Seasons non è infatti la sua prima pellicola ad inserirsi nel genere del biopic musicale e al tempo in cui decise di riportare sul grande schermo la storia di Frankie Valli, il regista non aveva ancora visto John Lloyd Young, Erich Bergen, e Michael Lomenda calcare le scene di Broadway nel musical omonimo da cui trarrà spunto. Nota la sua passione per la musica, subito rimane colpito, in particolare, dal protagonista, che è simile nelle fattezze fisiche (non avrebbe dovuto superare il metro e sessantacinque) e di origini siciliane proprio come il vero Francesco Stephen Castelluccio, che tra l'altro senza remore ha scelto di co-produrre la sua vita. Ebbene ci vorrà poco per innamorarsi di quell'epoca allo stesso modo dei nostri genitori o dei nostri nonni e per abituarsi al falsetto nasale di Valli, melenso e fastidioso quanto angelico e soave. Dal pop melodico ad un soft rock, dall’unione indissolubile dei componenti alla carriera da solista per Valli, si ripercorrono le quattro stagioni di un gruppo che si ritrovò a scegliere il definitivo nome per la band in un parcheggio, sfruttando l’insegna di un hotel dopo una fallimentare esibizione in un bowling club. Frankie Valli (con la I finale e non con la Y perché così faceva più italiano), Tommy De Vito, Nick Massi e l’ultimo arrivato Bob Gaudio, ci appaiono come vecchi amici di quartiere, che passano dal canto liberatorio giovanile sotto un lampione a vendere milioni di dischi insieme, scampando al triste destino di rimanere impigliati in un circolo malavitoso di quartiere. Il team creativo dietro la macchina da presa è stato guidato dal direttore della fotografia, il candidato all’ Oscar Tom Stern e dallo scenografo James J. Murakami, entrambi già fidati collaboratori di Clint per Changeling. Scenografie e costumi sono perfetti. Un po’ fastidiosa a mio avviso, la trovata di far parlare ogni componente a più riprese nella storia direttamente in camera, e lasciando ad ognuno il compito di raccontare gli snodi più significativi secondo punti di vista diversi: escamotage tecnico più o meno funzionale alla ripresa, ma non apprezzo tutte queste voci fuori campo che parlano con la telecamera, mi pare si perda il filo conduttore. E poi forse anche questo film andrebbe visto in lingua originale, perché il doppiaggio dall’accento italo americano ha sempre quel non so che di artefatto e forzato, che toglie un po’ di intensità all’interpretazione. Ciò nonostante, il piede si muove al ritmo delle loro canzoni e dei loro testi, la recitazione di John Lloyd Young (che interpreta Frankie Valli) è fisicamente splendida con quegli occhi nascosti che riescono però a penetrare nello spettatore, un Christopher Walken perfetto nella parte del boss mafioso ed un Erich Bergen credibile in ogni variazione di costume. Per la prima volta una storia tutta al maschile in cui le figure femminili sono in perenne secondo piano, e la cui assenza è forse giustificata dagli anni in cui si svolge il film, ma che generano una mancanza che si sente. Tolte queste piccole e accettabili pecche, Jersey Boys" non è solo un film sulla musica, ma la storia di una fratellanza che non si può sciogliere: un irrefrenabile tuffo nel passato che si conclude con un raduno finale danzante (forse anche un po’ esagerato e autocompiaciuto) che ci concede gli ultimi primi piani dei quattro protagonisti che intonano dopo tanti anni, i loro successi. Si esce dalla sala canticchiando “Can’t take my eyes off you” e con l’idea di andare a comprare subito la colonna sonora.

martedì 1 luglio 2014

LE WEEK-END

Alcune volte mi sfuggono i meccanismi cinematografici, per cui la maggior parte dei critici valutano con apprezzamento certe pellicole che io trovo di una noia mortale e insalvabili. Basta che il regista sia quello di Notting Hill, che i protagonisti non siano bellocci e giovani ma due insegnanti in pensione, e che i due attori abbiano una provenienza teatrale (senza contare lo sfondo di Parigi poi) che tutti a gridare alla commedia di spessore. Questa commedia ha tutto tranne che dell’aggettivo brillante: è rigida e claustrofobica. Lei è tremenda: eppure dovrebbe ringraziare il cielo per avere un marito in discreta salute che le trova ancora fisicamente attraente e con cui riesce a condividere momenti divertenti, invece è più fredda di un iceberg. I due attori sono senz’altro credibili nel descrivere le nevrosi di una coppia che resiste da trenta anni alle intemperie del tempo, ma non particolarmente simpatici, a tratti odiosi oserei. E dire che non mi sconvolge l’idea di scappare da un ristorante troppo caro senza pagare il conto o voler rivivere un bel momento celebrando i 30 anni di matrimonio, è solo che sono terribilmente patetici nella loro eterna lotta per la conquista della serenità. Una buona terapia di coppia fa miracoli ed è quasi meglio di tanti escamotage messi lì in maniera goffa e improbabile. Una nota di merito a Jeff Glodblum, deliziosamente insopportabile nella parte del rampollo del vecchio maestro che ha avuto successo. Meglio evitare Rue de Rivoli la prossima volta che passate per Parigi, o potreste incontrarlo e vi sentirete dei falliti. Insomma forse sono io ad essere lontana da certi nevrosi, ma non mi ha convinto, soprattutto in seconda serata. Una buona terapia contro l’insonnia.

LA VOCE UMANA

Una leggenda. Due Oscar, un Golden Globe, un Leone d’oro, la Coppa Volpi, una Palma d’oro a Cannes, un BAFTA, sei David di Donatello e due Nastri d’argento. Tanto ha vinto nella sua lunga carriera d’attrice Sophia Loren, tornata in questi giorni sul set, a 79 anni, grazie all’adorato figlio Edoardo Ponti, che l’aveva già diretta nel lontano 2002, nel tutt’altro che esaltante Cuori estranei. Direttamente da Napoli, tra Palazzo Reale, i vicoli del Pallonetto di Santa Lucia, lo storico rione Sanità, il Belvedere Sant’Antonio e Posillipo, Sophia si è prestata alla macchina da presa per un mediometraggio intitolato «Voci umane», volutamente ispirato a quel ‘La Voce Umana‘ dello scrittore francese Jean Cocteau, il cui celebre monologo divenne cinema con l’Amore di Roberto Rossellini, trascinato da una magnifica Anna Magnani. Lo scrittore Erri De Luca si è occupato dello script, per un adattamento volutamente in dialetto napoletano e in grado di stupire, soprattutto nel finale, tanto da portare la città di Napoli nella storia. Al figlio ha regalato un'interpretazione che per lei era una sfida, "è un'attrice istintiva, non prova, qui per sei settimane, come una pièce teatrale, ha preparato la parte. Per lei era veramente un obiettivo", dice Edoardo. Quel monologo della donna abbandonata dall'amante, che spera di riconquistarlo ma poi si dispera quando capisce che è sconfitta, "dall'inizio della carriera era un sogno, l'avevo visto con la Magnani, mi ero detta che un giorno ci sarei riuscita anche io. Un monologo bellissimo, una meta per tante attrici, certo la Magnani era la Magnani, un'attrice straordinaria, di temperamento, sensibilità e coraggio fuori dal comune. Ora ce l'ho fatta anche io".

giovedì 19 giugno 2014

MALEFICENT

Sarà la presenza ancora viva del nostro spirito fanciullesco, ma io mi sono goduta lo spettacolo e ho trattenuto il respiro sino alla fine della proiezione, dunque non aspettatevi una recensione ‘tecnica’, si tratta pur sempre di una fiaba e di un film Fantasy. Innanzitutto non è la storia della Bella Addormentata bensì quella di Malefica, la storia di una vittima che, da grande, troverà il modo di superare il male che le è stato inflitto da chi amava e lo farà in una maniera che non ci aspetteremo, rinunciando alla sua vendetta. L’esordio alla regia è di Robert Stromberg, production designer premio Oscar, scenografo di “Alice in Wonderland” e de “Il grande e potente Oz”, che della fedeltà all'immagine originale fa un punto di forza della sua opera, oltre che da una preziosa estetica fantasy, che dona al film una personalità fiabesca e una cornice medievale. Ma la vera magia, la detiene interamente una titanica Angelina Jolie, incarnazione a dir poco perfetta della cattiva disneyana, anche e soprattutto nelle sfumature. La Disney torna a cimentarsi con una fiaba tradizionale, questa volta con un budget mai visto fino ad ora per un film animato. Ciò che può invece lasciare perplessi, è la trasformazione di una figura nata per incutere il terrore (perpetrata per giunta sulla pelle di un’innocente neonata), in una fata madrina dai tratti elegantemente dark, prudente e affezionata, a tratti sexy ed anche spiritosa. Ma la variazione ci piace e ci convince. Nella volontà della casa di produzione c’era sicuramente l’intento di non spaventare troppo un pubblico di minori sempre meno abituati a fare i conti con le brutture del mondo, ma insistere invece proprio nella dualità che il personaggio originale portava con sé: terrificante eppure così affascinante. La fantasia tipica delle fiabe della matrigna (o fata) cattiva, che serve a preservare intatta l'immagine positiva della madre, qui viene riunita in un'unica figura, ed è proprio riconoscendo questa compresenza che Aurora lascia l'infanzia per scegliere consapevolmente il proprio destino. Anche le fiabe si evolvono. Film Per tutti.

venerdì 6 giugno 2014

GRACE DI MONACO

Presentato in anteprima alla 67esima edizione del Festival del Cinema di Cannes come film d’apertura, Grace di Monaco, è stato accompagnato da numerose polemiche, sia dal punto di vista produttivo che dalla famiglia Grimaldi. Il produttore cinematografico ha definito la pellicola come “terribile”, ordinando un secondo montaggio e minacciando di non far uscire il film in America, mentre i figli di Grace Kelly, l'hanno giudicata un ritratto approssimativo e poco veritiero. Nonostante questo, a 32 anni dalla sua tragica scomparsa, il francese Olivier Dahan ha portato sullo schermo la storia di una delle più grandi icone dell’era moderna, scegliendo un anno particolare nella vita di Grace Kelly, il 1964, anno in cui la Principessa si trovò a un bivio cruciale: da un lato il suo mentore Alfred Hitchcock le offriva il ruolo della vita (ovvero la ladra bugiarda e frigida di Marnie), e dall’altro la sua famiglia e il principato di Monaco rischiavano di perdere tutto a causa di difficoltà diplomatiche con la Francia. Diva dall’elegante bellezza, musa e icona del maestro del cinema Alfred Hitchcock (che la definì “ghiaccio bollente”); premio Oscar a soli 26 anni, partner sullo schermo e nella vita di attori come Cary Grant e Clark Gable; icona di stile (tanto da meritarsi una borsa che porta il suo nome dalla casa francese Hermès - beata lei!) e infine sposa del principe Ranieri di Monaco: la vita di Grace Kelly è realtà che supera la finzione e non può non far gola a chi ama i racconti biografici. A interpretare Grace è Nicole Kidman, che per il ruolo si è immersa nella vita della principessa per ben cinque mesi studiandone ogni dettaglio (dalla postura al modo di parlare e camminare) e leggermente sgonfia del botulino a cui ci aveva abituato, è riuscita a portare con maestria ed eleganza gli sfavillanti abiti di Grace, perfetti e impeccabili così come la ricostruzione degli oggetti di scena e le splendide location, tra cui il Palazzo Reale di Genova. Ad affiancare la Kidman ci sono un apprezzabile Tim Roth, nel ruolo di Ranieri, un’affascinante Paz Vega, che interpreta una moderna Maria Callas, e Frank Langella, chiamato a raffigurare Padre Tucker, prete americano confidente della principessa. Di solito amo i film ispirati alle biografie, alle belle storie di vita ma nel film di Dahan ci troviamo di fronte ad un film di finzione e non un biopic (dalla contrazione di biographic picture, appunto film biografico) e la vita già da romanzo di Grace Kelly viene trasformata in un thriller di spionaggio, in un film su colpi di stato e in un dramma domestico. Eppure c’era così tanto da raccontare su di lei, mi chiedo perché ingarbugliare la storia a suon di politica e drammi famigliari irrisolti. La principessa sembra una figura a metà tra la Signora in giallo e una miss di un concorso di bellezza che grazie ai suoi discorsi sulla pace e sull’amore salva intere nazioni. La regia che indugia con insistenza sul volto della Kidman (non so a che scopo), la fotografia da fiction televisiva e la riduzione a semplici macchiette di figure storiche di spicco come Maria Callas, Alfred Hitchcock e Charles De Gaulle non aiutano la causa e rendono il tutto un po’ uno spaccato di un giornaletto di gossip dal parrucchiere. Che peccato!

mercoledì 28 maggio 2014

LE MERAVIGLIE

Ho dovuto metabolizzare la visione di questo film prima di scriverne la recensione, perché è un genere difficilmente collocabile: sembra un’antica favola pastorale di ispirazione neorealista e nello stesso tempo un film moderno, con un delicato ritratto sull’adolescenza. Sono in ogni caso fiera che questa pellicola abbia ricevuto dei riconoscimenti: “Le Meraviglie”, di Alice Rohrwacher (sorella di Alba, che ritroviamo nel film) ha vinto il prestigioso “Gran Prix” (il secondo premio, dopo la Palma d'oro) alla 67esima edizione del Festival del Cinema di Cannes ed è stato l’unico film italiano in concorso. Probabilmente ad aver conquistato la giuria è stata l’attenzione per la natura, per la vita rurale e i suoi valori, che la regista ha saputo raccontare con estrema raffinatezza e sensibilità, nonostante i suoi giovanissimi 33 anni.
Siamo presumibilmente nella campagna della Tuscia degli anni '90, a casa di una coppia di apicoltori con quattro figlie femmine. La maggiore, ha il nome di un fiore, Gelsomina, ed è amica delle api mellifere che tratta come piccoli animaletti domestici. Durante un'estate di duro lavoro, appare una fata dalle lunghe trecce biondo platino, Milly Catena (una conturbante Monica Bellucci relegata in una parte minore), conduttrice di uno show televisivo che invita la gente del posto ad un concorso che premierà la migliore azienda di prodotti locali. Gelsomina sarà molto colpita e affascinata da questa donna e attraverso i suoi occhi vivremo la diversità di una comunità 'dissidente' che si è ritirata in una dimensione bucolica e produce miele e salse di pomodoro, nella speranza di resistere al mondo “fuori”. Un mondo che prende la parola e il microfono per mezzo della televisione regionale, che promette di fare ‘meraviglie’ per i residenti. Wolfgang, restio a qualsiasi forma di socialità e apertura al mondo esterno, è un personaggio determinante, un padre perennemente arrabbiato: la sua presenza severa e cruda è a tratti angosciante. Eppure è un padre che ama le sue figlie e soprattutto Gelsomina, la primogenita, che per certi versi è il capo-famiglia. A lei trasmette i segreti dell'apicultura, da lei si fa togliere i pungiglioni dalla schiena, ma quando arriva Martin, un ragazzino protagonista di un programma di rieducazione che entra di prepotenza nella loro vita, l'equilibrio sembra rompersi. Delicato e sensibile, lo sguardo di Alice Rohrwacher si infila nella relazione padre-figlia, realizzando una nuova cronaca dell'adolescenza. Il talento dell'autrice, rivelato nel suo primo lungometraggio, si riconferma dentro un paesaggio rurale che esalta la sua vocazione documentaristica.
Le Meraviglie è un film dai forti connotati autobiografici: nata da madre italiana e da padre tedesco, la Rohrwacher è cresciuta a Castel Giorgio, in provincia di Terni, terra di origine della madre e luogo di lavoro del padre Reinhard, apicoltore transumante e conduttore di un agriturismo. E’ quindi un film lontano da logiche commerciali, visionario ed enigmatico, una storia di formazione ermetica, ma con il sottofondo delle note di T’appartengo di Ambra, forse l’unico appeal di natura ‘commerciale’, in cui le bambine-attrici (meravigliosamente brave) ci regalano prova di grande intensità e capacità attoriali. La Rohrwacher ha comunque fatto una scelta audace, raccontando del rapporto sempre difficile fra un padre e una figlia quasi adolescente, fra il conservatorismo rabbioso di Wolfgang e la spinta gioiosa a vivere il futuro di Gelsomina, ma anche di un Italia che non c’è più, un piccolo mondo antico fatto dal sudore dei campi e dal contatto diretto con la natura. La mancanza di un vero e proprio filo conduttore logico, con sequenze conclusive un po’ incompiute, penalizza una pellicola già di per sé molto rischiosa, dove spesso il ritmo si affievolisce dinanzi alla routine contadina di un casale, in una dimensione grigia senza tempo.
Vorrei regalarvi un affresco maggiormente “denso” di questo film, ma la nostalgia verso l’adolescenza è una dimensione che sembra lontanissima e ingabbiata in un contesto monocolore. Così realistico e spoglio di sovrastrutture da apparire, con estremo dispiacere, poco empatico e vibrante, nonostante il richiamo ai tormentati anni della gioventù, che sono soliti regalare qualche emozione in più. Comunque un esperimento coraggioso.

mercoledì 14 maggio 2014

ALABAMA MONROE - UNA STORIA D'AMORE

Alabama Monroe, titolo originale The Broken Circle Breakdown - I guasti del cerchio spezzato (e questa volta la traduzione “ispirata” ci sta benissimo), sconfitto alla corsa per l’Oscar come miglior film straniero da La Grande Bellezza ma vincitore del premio Cesar in Francia e di due premi al Tribeca Film Festival di New York, è un’opera di dirompente drammaticità, che ti spacca il cuore. Un film diviso tra due mondi: la campagna belga, che però sembra quella del Texas o del Kansas e un'America che s’insinua fin troppo nella vita di Didier ed Elise. Se i protagonisti non avessero nomi francofoni e ogni tanto non si vedesse qualche targa europea, si potrebbe pensare che sia un film americano. Intenso, poetico e mai stucchevole, "Alabama Monroe" poggia su un insolito ma ben riuscito connubio tra cultura europea e folk americano ed è tratto dall'omonima pièce teatrale, d'ispirazione autobiografica, di Johan Heldenbergh, il protagonista maschile della pellicola.
La storia si svolge all’inizio degli anni 2000. Didier è un cantante di bluegrass (una variante old style del country), un omone con la barba che suona il banjo e vive in una roulotte mentre aspetta di ristrutturare casa. Elise è una tatuatrice professionista, una ragazza spirituale e sorridente, che ha inciso sul corpo la propria storia, cancellando via via i nomi degli uomini che ha amato per coprirli con nuovi tatuaggi. Quando si incontrano, è amore a prima vista: si amano totalmente, si perdono e si ritrovano ma si rispettano sempre. Lui la coinvolge nella sua musica, nell’amore per l’America e alla fine si esibiranno insieme dividendo palco e vita privata. Hanno una bambina bellissima, Maybelle, che purtroppo si ammala di cancro e muore molto piccola. Questo scatenerà una serie di eventi drammatici e di reazioni profondamente diverse che mineranno gravemente la loro bella storia d’amore.
Felix Van Groeningen, il regista fiammingo, sceglie inequivocabilmente la strada del melodramma e adotta uno stile di narrazione molto forte, sia nel raccontare la storia d'amore totalizzante fra i due protagonisti, sia nell'addentrarsi coraggiosamente nell'evoluzione tragica degli eventi in maniera lucida e fin troppo realistica. Lo storytelling è scomposto attraverso un susseguirsi di flashback: una frammentazione intelligente che permette di alternare la tenerezza dei momenti passati alla dolorosità di quelli presenti. A fare da filo conduttore sono alcune scene in cui i protagonisti suonano e cantano canzoni bluegrass (tutte tra l'altro interpretate dal vivo direttamente da loro: lui è un musicista, lei viene dal musical), che regalano sollievo momentaneo di fronte una sofferenza messa a nudo così bene che ti costringe spesso al fazzoletto. Strepitose le performance di questi due attori che non si risparmiano mai e regalano credibilità e potenza emotiva ad un film che ha il merito di non incorrere mai nel pathos o nel pietismo. I due protagonisti hanno una chimica rara e diventano Elise e Didier con un livello di identificazione che raramente si vede nel cinema. Non si tratta di un mero escamotage finalizzato a catturare l’emotività dello spettatore, ma piuttosto l’esigenza di raccontare in maniera coerente l’autenticità della vita comprese le dure prove a cui ci sottopone. Johan Heldenbergh, interpreta Didier come una creatura primordiale con un'inesauribile energia vitale e una dirompente carica rabbiosa quando la vita gli riserva il dolore più grande e le politiche degli uomini non lo aiutano. Veerle Baetens, vincitrice dell'European film award per il ruolo di Elise, ha una recitazione epidermica perfettamente consona ad una donna che usa la propria pelle per esprimere ogni sentimento. La sua Elise è una donna dalle emozioni forti ed è estenuante osservarla tentare di sopravvivere ai propri abissi di tristezza e cercare di “ripartorirsi” con un nuovo nome e una nuova storia.
Ho amato tantissimo una delle scene finali in cui lei decide di farsi chiamare Alabama e lui le chiede “ma se tu sei Alabama io chi sono?” “Tu sei Monroe” ossia il padre della musica che pervade l’intera colonna sonora, ovvero Bill Monroe.
C’è tanto in questo film da cui farsi avvolgere e stravolgere: dall’amore nella sua forma più pura e selvaggia, al tema etico e religioso, al modo di affrontare un lutto, al tentativo (vano) di ricomporre un cerchio spezzato. Anche i senza-cuore avranno un sussulto.